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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 


Che fatica farsi ascoltare!

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.12 - Dicembre 2014

 

I giovani. Non c’è convegno, dibattito, articolo o conversazione che non investa il problema. Poi càpita che il "problema" si rompa le scatole di essere solo un problema, e si passa alle violenze delle periferie, alle turbolenze delle banlieues importate sotto casa, al massiccio allontanamento dei giovani dalla politica, alle loro migrazioni ad ingrossare le fila dell’estremismo islamico e via elencando: ed allora succede. Che cosa? quello che avrebbe dovuto accadere alcune ere geologiche addietro, se si fosse usata la ragionevolezza.

Che cosa è accaduto? Riferiscono le cronache che Draghi, il presidente della BCE, ha dichiarato di voler adottare alcune "misure non convenzionali" di fronte alla crisi della maggior parte dei Paesi: cioè acquistare massicciamente obbligazioni private e, se occorre, titoli di Stato sul mercato secondario; e questo lo farà, piaccia o non piaccia alla BundesBank. Ciò vuol dire che Draghi erogherà il credito che le banche non fanno più, e che lo Stato può indebitarsi ancora un poco, se il debito serve a rilanciare investimenti e lavoro. Non è cosa da nulla.

Come controcanto mr. Junker, presidente della Commissione dell’UE, non molto a suo agio dopo le compiacenze fiscali del suo Lussemburgo, ha dichiarato che intende finanziare il Fondo europeo (quello che può dare i quattrini necessari per gli investimenti) e siccome i quattrini sono pochi, è indispensabile che i vari Stati provvedano a rimpinguare il Fondo.

Sembra niente, una delle tante sortite dei burocrati, e invece è dinamite. Perché Draghi ha detto in sostanza che l’azionista di maggioranza della Banca europea non può fare il bello e il brutto tempo, e ha sancito che la BCE farà da garanzia per i debiti sovrani (cioè degli Stati) cosicché non ci saranno più le tempeste speculative della finanza a mettere in ginocchio gli Stati meno forti. E Junker in pratica ha posto la prima pietra di un bilancio europeo, nel quale la parola solidarietà non vale solo a decorare i convegni, ma diventa sostegno per il bene di tutti, anche degli Stati che si proclamano virtuosi. Con una precisazione (ed è qui che vengono in campo i giovani): che gli investimenti finanziati in debito devono essere capaci di creare nuovi posti di lavoro, di generare stipendi e futuro, e non essere sprecati nell’aumento delle spese correnti, come è sempre successo.

Può sembrare un discorso tecnico, ma è un passaggio pieno di aperture sul futuro. C’è il vagito di un’Europa davvero federale; c’è l’europeizzazione del bilancio e una prima muraglia contro le speculazioni onnipotenti. E c’è un accenno di rimozione del tabù del debito, per cui la domanda non sarà più "debito sì o no?", ma "debito per che cosa?", e se l’obiettivo è dare dignità e lavoro alle persone, si può anche chiedere al futuro di essere un poco spremuto, ché poi le opere fatte serviranno anche a chi verrà dopo e lo ricompenseranno.

La morale, in conclusione, è piuttosto immorale, ma non del tutto. Infatti alla fine viene fuori che: 1) bisogna "fare casino" per essere ascoltati; 2) bisogna che anche i potenti sentano un po’ di strizza (il calo delle esportazioni tedesche negli altri Paesi dell’Europa) per allentare i loro diktat; 3) bisogna che dilaghino gli "euro-scettici" perché l’Europa di Bruxelles si renda conto che non sta lì soltanto per stabilire come si deve fare la manutenzione degli ascensori; 4) è bene rendersi conto che più si incancreniscono i problemi, e meno li si risolve con le ronde, le grida, i localismi e i capi-popolo, e se qualche speranza c’è ancora, essa risiede nella dimensione sovra-nazionale e nella solidarietà fra i popoli; 5) è purtroppo vero che gli uomini non sentono la necessità del cambiamento se non quando si scoprono in una crisi profonda, e non vedono la profondità della crisi se non quando sono sull’orlo del baratro.

Ma forse la vicenda insegna anche qualcosa di meno triste: che Junker ha detto quello che ha detto perché è stato sollecitato dal Parlamento europeo, a sua volta spinto dai cittadini nelle elezioni dello scorso maggio; e poi che, alla fine, è la politica quella che individua la strada giusta …. sia pure dopo aver prima imboccato tutte le altre.