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Gennaio 2014


Dialogo tra generazioni


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 Giovani & Lavoro 

 

 


Intervista al giovane regista pinerolese

Andrea Fenoglio ,
 "La Terra che connette" 

 di Francesca Costarelli

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.1 -Gennaio 2014

 

 La Terra che connette è il nuovo progetto di Andrea Fenoglio che racconta il fenomeno migrazione-agricoltura nel Saluzzese come terra fuggita, terra ritrovata, terra che dà lavoro. Un territorio circoscritto diviene il paradigma per interpretare gli elementi di interconnessione tra le esperienze dei migranti di oggi e degli autoctoni che li ospitano nelle "loro" terre. Molto materiale e notizie sono già online all’indirizzo http://laterracheconnette.wordpress.com oppure su fb alla pagina la terra che connette

Il progetto che stai realizzando si intitola "La Terra che connette", come nasce e cosa racconti in questo lavoro?
   L’anno scorso mi ha contattato il Comitato Antirazzista di Saluzzo chiedendomi di realizzare, attraverso delle interviste, un cortometraggio sul fenomeno migranti nel saluzzese. In questo modo ho conosciuto più da vicino la realtà agricola di quel territorio che è il terzo comparto frutticolo italiano che ha attirato negli ultimi anni molti migranti di origine subsahariana soprattutto del Mali, della Costa d’Avorio e del Burkina Faso.

Mi è sembrata una situazione molto significativa del fenomeno migratorio di persone che già vivevano in Italia, di persone appena uscite dai centri di accoglienza dell’emergenza Nord Africa, dell’emergenza Libia, di persone che già svolgevano il lavoro agricolo ma in altre parti d’Italia. Molte di queste persone si sono riversate ai margini di Saluzzo dove si è costituita una vera e propria bidonville che nei momenti di massima accoglienza ha contato fino a 600 persone. Ho pensato che questa potesse essere una situazione forte per raccontare il fatto che da decenni i migranti sono la forza lavoro del nostro comparto agricolo. Inoltre lo scorso anno mi è sembrato di percepire uno scatto, un cambio di paradigma con la visita del Papa a Lampedusa e con la scelta della ministra Kienge.

Visto che il mio lavoro parte sempre dal territorio per arrivare a raccontare qualcosa di più grande, ho pensato di mettere su un progetto che coinvolgesse da una parte gli agricoltori e dall’altra i migranti. Da qui il titolo "La Terra che connette" che rimanda appunto a questa connessione di storie differenti che si intrecciano nel racconto di un piccolo territorio in questo momento di crisi economica e sociale. E che in questo modo diventa qualcosa di più.

Perchè proprio ora questo progetto sul fenomeno migrazione-agricoltura?
   Quello di cui dobbiamo renderci conto è che tutto quello che arriva sulla nostra tavola arriva grazie all’apporto lavorativo dei migranti. Il fatto di far uscire allo scoperto questa verità è una cosa su cui mi sentivo di dover e voler lavorare. Il mio vuol essere un lavoro propositivo, non è un lavoro militante o di denuncia, ma una scoperta, un racconto delle dinamiche umane. Quello che mi interessa è il fatto di rivalutare un senso di comunità che viene anche dal fatto di andare a scoprire più punti di vista. Questo tipo di approccio coinvolge e non dà delle risposte precostituite, ma le cerca qualunque siano, presentando così molteplici punti di vista. A sostenere il lavoro, infatti, ci sono tutte le parti sociali, la Coldiretti, i sindacati, Acli, Arci, Slow food, Caritas, i comuni., le associazioni di categoria, le istituzioni, gli organismi di accoglienza e la società civile.

Come sei diventato un filmmaker?
Ho finito l’Istituto d’Arte alla fine degli anni ’90. Ho poi lavorato per due anni, al termine dei quali ho voluto continuare a studiare e ho unito letteratura e cinema facendo Lettere a indirizzo cinematografico. Ho passato un anno come studente Erasmus a Lisbona, che è stato l’anno più importante a livello pratico perché è stato in Portogallo che ho iniziato a girare video.

Dal punto di vista del cinema digitale, come primi autori di valore, il Portogallo è molto importante a livello europeo. Io infatti mi sono laureato con una tesi su Pedro Costa, uno dei primi autori che ha girato film in digitale abbattendo completamente i costi di una troupe e iniziando a fare film da solo.

Io ho iniziato col digitale. Ho fatto molte fotografie in pellicola, quindi l’uso dello strumento l’ho imparato in pellicola, ma non ho mai filmato in pellicola tranne alcune cose per l’università in Super 8.

Il digitale ha permesso una trasformazione radicale del cinema, permettendo a un autore di fare un film di qualità girandolo quasi da solo con al massimo l’aiuto di un fonico ogni tanto. I film di Pedro Costa sono la prima esperienza a dimostrazione di ciò. Un’esperienza che riporta il cinema quasi alle origini, al cinema degli anni ‘10-‘20 fatto da poche persone a livello documentaristico.

Il fatto che il digitale ti conceda di fare molto da solo, però, non deve fare incorrere nel pensare che si possa fare tutto da soli. Può farti risparmiare e ti permette di girare un materiale differente, riesci anche senza avere tutta l’infrastruttura che la pellicola imponeva, però poi mestieri come il montatore, lo sceneggiatore sono cose assolutamente da mantenere separate, chi fa l’autore non può anche arrogarsi tutto il resto.

Come lavori?
   Dipende dai lavori che faccio. Un po’ lavoro dietro commissione di Associazioni e Fondazioni, un po’ lavoro su progetti che partono da me. Ultimamente ho fatto dei lavori con Diego Mometti che ha una preparazione artistica multimediale e che si occupa della parte legata a internet e a un concetto artistico che vada al di là del documentario. Insieme abbiamo realizzato "Il popolo che manca", un lavoro enorme su Nuto Revelli con la collaborazione della Fondazione Revelli. Siamo partiti dall’audio che Revelli aveva registrato con il magnetofono tra i contadini negli anni ‘70 nella Provincia di Cuneo. Revelli ha utilizzato quell’audio per i suoi libri, noi lo abbiamo usato per realizzare un documentario che presentasse i protagonisti di ieri e i discendenti nel contemporaneo utilizzando come ambientazione il paesaggio della Provincia di Cuneo come si vede adesso.

Per "Il popolo che manca" abbiamo lavorato 4 anni. Il progetto infatti ha avuto come risultato una serie documentaria di oltre 300 minuti, un sito, una mostra multimediale e un film documentario di 76 minuti. Abbiamo fatto 350 ore di girato più tutte le ore audio realizzate da Revelli. A livello di post produzione abbiamo lavorato 3-4 mesi con 2 montatori, 1 sound designer e un colorist per la color correction del lavoro e durante le riprese ci siamo avvalsi di un fonico professionista.

I temi dei tuoi progetti sono tutti di impegno civile. Quali sono le ragioni di questa scelta?
   Per me il documentario è il risultato di un percorso di conoscenza del territorio. Il lavoro che si fa per arrivare a realizzare un video può essere uno strumento per altro. Un format che si può replicare anche in altri contesti. Il progetto è un laboratorio per rivalutare il senso di comunità che vuole avere un’utilità al di là del documentario. È anche per questo che voglio che i materiali siano visibili da subito sul blog, perché il percorso che ci porterà al documentario è forse ancora più importante. Tendo a mescolarmi con la società e a fare un progetto insieme al territorio, diciamo un lavoro politico di base, nel caso de "Il popolo che manca" ho definito questo approccio una start up culturale, da cui possono nascere altre cose.

L’occhio cinematografico e l’impegno civile sono due cose che vanno a braccetto. Non farei mai il politico perché non sono in grado, ma il mio impegno è quello di raccontare attraverso l’occhio cinematografico.

Per finanziare la produzione de "La Terra che connette" ti sei rivolto al crowdfunding. Come mai? Ha funzionato?
   Per il crowdfunding, ovvero per il finanziamento dal basso, siamo partiti dalla piattaforma statunitense Indiegogo che tecnicamente ti fa da vetrina per il lavoro che proponi per due mesi. Noi ci siamo dati un obiettivo di 7.500 euro. Il budget totale del progetto è di 110.000 euro, noi partiamo da 20.000 euro, metà raccolti e metà di investimento iniziale. I soldi raccolti attraverso Indiegogo dovevano servire per completare una prima fase e riuscire a passare allo step successivo che sarà l’enorme mole del lavoro produttivo che inizieremo terminato il periodo invernale. Purtroppo, siamo arrivati a 4.500 euro grazie alla partecipazione diffusa di 25-30 finanziatori e all’interessamento del consigliere regionale Fabrizio Biolè che ha destinato 3.000 euro al progetto.

Cosa consigli a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?
   È difficile vivere facendo il documentarista, diciamo che si può sopravvivere. Quello che consiglio è di cercare altri posti al di fuori dell’Italia, anche solo per delle esperienze. Penso che sia una delle cose fondamentali, per me lo è stata. E poi consiglio di cercare una promiscuità: non fare solo il documentarista che è una cosa un po’ novecentesca.

Occore più tecnica, tenacia o talento?
  
È fondamentale la tenacia per ottenere anche la tecnica e coltivare il talento, senza tenacia si rischia di avere solo presunzione.

Quali progetti per il futuro?
  
Ora sto seguendo un progetto su Alberto Giacometti, artista svizzero che ha lavorato molto a Parigi. È di nuovo un lavoro su un territorio specifico, la vallata svizzera dove Giacometti è nato che ha influito molto sul suo lavoro di scultore e pittore. Nuovamente ci interroghiamo e raccontiamo il rapporto col territorio.