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Pinerolo Indialogo

Gennaio 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 

Maggiore consapevolezza dei vantaggi avuti
Anno nuovo: un augurio particolare

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.1 - Gennaio 2014

  Nella massa di auguri che ci si è scambiati alle soglie dell’anno nuovo mi è parso ne mancasse uno: quello che l’anno appena iniziato ci porti consapevolezza. Non un maggior benessere, non la semplice uscita dalla crisi, non il generico cambiamento, tutte cose apprezzabili ma alla fin fine epidermiche. Bensì la percezione nitida, viscerale, traumatica che è finita (almeno per noi, parte dell’occidente benestante) una stagione, è finito il diritto a pretendere di riaverla, ed è tramontata l’illusione di risolvere i giganteschi problemi che ci assediano con la solita tattica degli aggiustamenti. Non il buffetto, insomma, ma il bisturi.

Prendo a caso: ad esempio la decennale tragedia dei rifiuti di Napoli, cui si stanno aggiungendo i maialini grufolanti di Roma. Tutti i proclami, i piani, le sceneggiate (come quella di un capo del governo che scende teatralmente in piazza con la ramazza) sono miseramente falliti. Può (forse) riuscire solamente una gigantesca tassa di scopo progressiva, con la quale assoldare personale idoneo, pagare i Comuni italiani o stranieri che si sono attrezzati per ricevere e riciclare o distruggere i rifiuti, mobilitare le forze dell’ordine e l’esercito per assistere e proteggere dalla malavita le operazioni di raccolta e trasporto, promuovere una potente campagna di educazione collettiva, che potrà avere successo solo se la città sarà tornata pulita e il cultore solitario della differenziata non sarà frustrato dal vedere materassi o avanzi di cibo gettati per terra. Costi iperbolici? certamente: ma proviamo a sentire un bambino che dice "papà, andiamo via di qui, questa puzza non la sopporto più", e chiediamoci se non sia il caso di rinunciare a qualche cena o a qualche ninnolo elettronico per provare a non diventare noi stessi lordura. Consapevolezza è sapere per bocca del bambino.

Oppure prendiamo l’inoccupazione giovanile. Dovrebbe essere chiaro, ormai, che il nostro apparato produttivo globale soffre strutturalmente di sovra-produzione. Se la scienza e la tecnologia permettono di produrre la stessa quantità di beni e servizi impiegando un sempre minor numero di persone, è fatale che o si aumenta indefinitamente la produzione, o si espelle la forza-lavoro. Per decenni si è scelta la prima strada; quando poi si è cominciato a percepire (appena un poco) che le risorse del pianeta sono limitate, e (molto più chiaramente) che se getti via le persone, getti via anche il loro portafogli, perché se è vuoto esse non acquistano più: allora si sono levati alti lamenti e si sono innalzate le preghiere al dio ignoto della crescita. Risultati? li vediamo tutti.

Anche qui pare indispensabile far maturare una consapevolezza che per ora è di pochi: non bastano le sforbiciatine al cuneo fiscale, non basta il contratto a tutele progressive, e men che meno la cancellazione dell’articolo 18; occorre interiorizzare che la vera penuria del secolo non sarà la scarsezza di cibo o di acqua (pur drammatiche, ma curabili), bensì la penuria di lavoro, di quello, almeno, che il mercato offre spontaneamente.

Di qui la necessità di programmi di lavori pubblici della natura più disparata, infrastrutture, ricerca, assistenza ai beni ed alle persone. Anche l’Europa lo sta riconoscendo, nonostante i samurai del rigore teutonici e nordici, perché intuiscono che presto saremo noi ad invaderli, con i nostri cervelli migranti.

Lavori pubblici, dunque: il vecchio Keynes e il vecchio New deal (dove deal vuol anche dire "affare"). Già, ma chi li paga questi lavori fuori mercato? Ecco la consapevolezza di cui c’è bisogno: li devono pagare coloro che più hanno tratto vantaggio dalla stagione irripetibile nella quale era considerato ovvio avere l’alloggio al mare, cambiare la macchina ogni due anni, il cellulare ogni sei mesi, il vestiario ogni stagione.

Lavori pubblici certificati come tali da organismi indipendenti; collocazione fuori bilancio della spesa per effettuare questi investimenti; imposta patrimoniale non risibile e pluriennale per implementare un fondo destinato ad estinguere progressivamente quella fetta di debito pubblico.

Poi si potranno addurre mille argomenti per contrastare il progetto, e certamente lo faranno. Così vivranno infelici e scontenti, con i forconi sotto casa.