Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



 

Pinerolo Indialogo

Gennaio 2014

Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 


  Teatro


Alle Fonderie teatrali Limone

Noi ci avevamo creduto 

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.1 - Gennaio 2014

 Non si approfitta di un articolo pubblico per fatti privati, perché servono più puntate e almeno qualche foto per interessare chi legge. Ma quando si manca da un posto per tanto tempo c’è sempre quella tendenza a giustificare il proprio ritorno. Io non so se sono tornato, però voglio giustificarmi nel caso questa rubrica-finestra sugli spettacoli dovesse cambiare passo.

Ho fatto teatro per alcuni anni, credendoci sempre molto, e a un certo punto volevo anche diventare un regista per davvero, credendoci troppo poco. Ho anche scritto alcuni testi, a cui non crederebbe più nessuno. Poi a un certo punto abbiamo creduto sempre un po’ meno in quello che facevamo. È stato quasi impercettibile e senza traumi, disciolto nei cambiamenti dei vent’anni che corrono a testa bassa. Senza traumi perché siamo ancora vivi e senza intenzione di concludere in maniera plateale la nostra avventura.

In questi anni il direttore di questo giornale, dopo ogni nostro lavoro, ci ha sempre detto che avremmo dovuto fare qualcosa di meno impegnato. Siete bravi per carità, ma troppo seri, ci diceva, mentre noi abbiamo sempre pensato fosse una qualità, perché era ciò che ci distingueva e ci faceva sentire migliori. Sentivamo di contribuire culturalmente alla città che consideravamo un centro, di qualunque genere. Senza prenderci troppe responsabilità ma essendo presenti, e la città ci ha dato molte soddisfazioni e inevitabili indifferenze. E noi facevamo teatro per divertirci o perché ci credevamo? Oppure abbiamo fatto teatro finché le due cose convivevano?

E se la gente non ci veniva a vedere o era sempre la stessa ci convincevamo sempre che era perché preferiva andare a teatro per passare una serata in allegria, senza impegno, senza assistere a nulla di troppo complicato, la cultura perde sempre, come la sinistra. Senza mai accettare davvero che in fondo facevamo teatro per noi più che per gli altri, ed era bello e giusto anche così.

Ripartiremo forse, con l’umiltà degli errori fatti e non essendo comunque mai d’accordo nemmeno per un istante con Homer Simpson che "tentare è il primo passo verso il fallimento". Troveremo un altro linguaggio se riusciremo, meno didascalico, meno "critico", meno militante. O forse non faremo mai più teatro, e non sarà una tragedia, men che meno greca, men che meno shakespeariana. Al massimo beckettiana.

Questa rubrica potrebbe rimanere una pagina per capire cosa capita nello spettacolo che ci circonda. O meglio cosa ci capita quando circondiamo uno spettacolo, quando vorremmo che fosse senza fine, che coincidesse con la vita il più possibile o al contrario quando vorremmo tenerlo il più lontano possibile.

Pensando a tutte quelle volte che abbiamo avuto l’illusione ficcante di poter uscire dal grande teatro diversi da come eravamo entrati.

 

"Ehi! Buongiorno! Ah, e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!"
(The Truman Show, giorno 9112)