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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 

Per valorizzare le energie giovanili
Il servizio civile, un tema da riprendere

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.2 - Febbraio 2014

 
Fra le tante proposte di Matteo Renzi, una ha avuto meno risalto di quanto meritava, sebbene, forse, migliore di altre: quella di introdurre un servizio civile obbligatorio per tutti i giovani.

A prima vista potrebbe sembrare uno dei tanti temi di evasione, di quelli che "ben altri sono i problemi": ma se la si prendesse sul serio, potrebbe incidere non poco nella materia dell’occupazione giovanile.

Sono ormai tredici anni che è stato regolato per legge il servizio civile volontario (L. 6 marzo 2001, n. 64) e dieci gli anni da che è stato definitivamente soppresso il servizio militare obbligatorio (L. 23 agosto 2004, n. 226). Con la conseguenza bizzarra che un complesso di leggi finalizzate ad ammodernare il servizio militare ha prodotto una violazione del dettato costituzionale, là dove stabilisce (art. 52) che "la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino", e definisce obbligatorio il servizio militare, sia pure nei limiti stabiliti dalla legge ordinaria.

Il paradosso sta in ciò, che il servizio militare in senso proprio è diventato volontario, e perciò una professione come altre, rimessa alle scelte del singolo, uomo o donna che sia; mentre la difesa della Patria (concetto che la Corte costituzionale, per fare salva l’obiezione di coscienza, aveva dilatato sino a comprendervi ogni forma di impegno organizzato a beneficio della collettività) non è più obbligatoria nemmeno essa: di modo che di obbligatorio non c’è più nulla, e il sacro dovere è diventato un enunciato retorico privo di effetti.

Che tutto ciò abbia depotenziato l’enfasi militarista, è un bene; ma non è un bene che ne sia derivata la rimozione di quell’apprendistato civile che è insito nella nozione di servizio. Nel vuoto di valori che tutti lamentano, dovrebbe essere recuperato il significato di un breve tratto della propria giovinezza (indicativamente si può pensare ad un anno) dedicato all’utilità comune, prima di immergersi totalmente nel culto della convenienza propria.

Così come dovrebbe avere pregio il fatto che questo servizio fosse prestato da tutti, uomini e donne, con modalità adeguate ai diversi generi, quale ulteriore forma di parità, atta a dare più forza alle rivendicazioni femminili; il tutto, beninteso, inquadrato in uno statuto dignitoso, che eviti di fare di questa esperienza un’occasione di sfruttamento o un tempo sprecato in lavoretti bagattellari.

Una riforma del genere appare tanto più utile, quanto più è evidente ed esteso lo stato di inoccupazione di una gran parte dei giovani di oggi. Un anno di servizio, decorosamente retribuito, trascorso imparando nelle varie articolazioni della pubblica amministrazione non solo ridurrebbe un poco le macroscopiche disfunzioni della stessa, con sollievo dei cittadini, ma potrebbe immettere sul mercato del lavoro degli individui la cui esperienza e formazione diverrebbe "spendibile" a largo raggio.

Certo, lo sforzo dello Stato sarebbe imponente. Sino ad ora i volontari avviati al servizio sono nell’ordine di grandezza di 20-30 mila all’anno, mentre un servizio universale (sia pure depurato dalle esenzioni, tra le quali includere la prestazione attuale di un lavoro, per non compromettere proprio ciò che si persegue) si muoverebbe in una dimensione delle centinaia di migliaia di persone. Inoltre, sarebbe indispensabile allargare la gamma delle occupazioni, sino ad ora mantenute ad un basso livello di qualificazione (interventi di assistenza per circa il 45%; ambito educativo e di promozione culturale, per circa il 28%; patrimonio culturale e progetti ambientali, per circa il 20%). Ma certamente non sarebbero risorse buttate, se il servizio fosse organizzato con convinzione e competenza.

La resa modesta di oggi è frutto dell’ottica sbagliata di un servizio civile inteso come parcheggio, o come problema da scansare col minor dispendio possibile. Se lo si concepisse, come è dovuto, quale occasione di valorizzare energie ed inventiva giovanile, e quale momento di maturazione e di formazione, potrebbe essere uno strumento utile per il futuro di tutti e di ciascuno.