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Pinerolo Indialogo

Aprile 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 

"Avevamo vent'anni..."
Ricordare la Resistenza con voci nuove

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.4 - Aprile 2014

 
Aprile 1944, istituzione del primo governo di unità nazionale, dopo il ventennio fascista. La lotta di liberazione prende corpo, i resistenti non sono più dei gruppetti sparuti, ma circa 80.000 persone. Settant’anni fa, una vita.

Mi accade di ascoltare la domanda: "Nonno, che cos’è la Resistenza?" e provo due piccoli sussulti. Il primo perché la domanda è rivolta al nonno, saltando una generazione. Il bambino sa, oscuramente, che i genitori non c’erano, il nonno c’era: forse non come protagonista, perché quelli che l’hanno fatta stanno scomparendo tutti, ma ci sono ancora quelli che l’hanno vista, ed a loro bisogna chiedere. Dunque, il nonno ha la responsabilità di rispondere e di spiegare.

L’altro moto di sorpresa risiede nell’uso del presente. Non che cosa è stata la Resistenza, ma che cosa è, adesso. Perché il bambino intuisce che la Resistenza come accadimento appartiene al passato, ma come categoria dello spirito si distende nel tempo, senza confini. Resistenza è dire no a qualche cosa che non si può accettare, pagandone il prezzo, anche molto caro. E ogni stagione ha le sue cose alle quali occorre dire di no.

E’ per l’incrocio di questi pensieri che ho ritenuto di raccogliere questa responsabilità. La mia generazione è, appunto, quella di coloro che, per ragioni anagrafiche, non hanno fatto la Resistenza, ma l’hanno vista. Dopo questa generazione non ci sarà più nessuno che l’abbia almeno vista e la possa raccontare.

Si può replicare che questo in fondo è ciò che càpita a tutti i fatti della storia, destinati a scivolare nel passato e quindi, dopo un certo tempo, ad essere unicamente attestati dai libri, dai documenti, qualche volta dai monumenti.

Ma questo fatto è diverso. Perché, pur con tutti i limiti che vanno riconosciuti, la Resistenza è stato il primo e forse unico momento in cui il volgo disperso che nome non ha si è fatto popolo consapevole ed ha cercato il proprio riscatto. Se oggi viviamo respirando libertà, non è per merito dei pur ammirevoli Ettore Fieramosca o Pietro Micca o Carlo Pisacane o tanti altri, ma per la dignità riconquistata agli occhi del mondo da parte di quegli anonimi partigiani, che ci hanno puliti dalla vergogna di avere scatenato una guerra planetaria e averla persa.

Allora ho sentito la responsabilità di rispondere non solo ai nipotini, ma anche ai giovani più grandi, che si domandano che cosa è la Resistenza. E ancor più il dovere di dare una risposta anche a chi non si pone la domanda, per indifferenza o per disprezzo. Perché è assolutamente necessario che la memoria non si spenga con la scomparsa dei testimoni. 

Ho chiesto a dei giovani se si sentivano di interpretare idealmente quelli che furono giovani settant’anni fa. Di entrare nella loro vita di allora, nei loro sentimenti, nelle loro paure, nelle loro scelte. Senza retorica, senza declamazioni o toni esagerati. Ma con uno spirito di possibile identificazione. Perché anche i giovani di oggi hanno paure, frustrazioni, debolezze, nobilitate però dal coraggio quando occorre.

Ho trovato risposte che hanno oltrepassato le mie aspettative, e in piccola parte le si può leggere in altra pagina, nella quale si parla dell’esperienza teatrale che sta per nascere. A me compete dire grazie per avere accettato di ricevere il testimone.