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Pinerolo Indialogo

Aprile 2014


Dialogo tra generazioni


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"Avevamo vent'anni...", il 30.04 al Teatro Sociale

Resistere, resistere, resistere!
A settant’anni dalla Resistenza i ragazzi degli Istituti Superiori di Pinerolo attualizzano quei momenti in uno spettacolo scritto e sceneggiato da Elvio Fassone.

 di Nadia Fenoglio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.4 -Aprile 2014

 

   Il 30 aprile andrà in scena al Teatro Sociale di Pinerolo lo spettacolo "Avevamo vent’anni...", una rilettura della Resistenza scritta da Elvio Fassone e diretta dalla regia del gruppo teatrale CRAB di Torino. Non le gesta ma i pensieri profondi, le scelte laceranti, la vita dura di ogni giorno dei giovani che, settant’anni fa, sentirono dentro l’imperativo di andare, non a combattere una guerra, ma a resistere sui monti per difendere un’idea di libertà.

Abbiamo incontrato i giovani di oggi protagonisti del recital, ragazzi e ragazze degli Istituti Superiori di Pinerolo - nello specifico Porporato, Buniva e Curie - alcuni con esperienze teatrali alle spalle, altri alla prima. Sono solo una rappresentanza dell’intero gruppo, che ne conta venticinque. Sono Tommaso, Federica, Francesca, Susanna, Gabriel, Monica, Isidoro e Benedetta.

Ragazzi, raccontateci come è nata l’idea di formare un gruppo teatrale sulla Resistenza.
«L’iniziativa è partita da Elvio Fassone» ci spiega Monica «che nel marzo dello scorso anno ha iniziato a lavorare al testo dello spettacolo. Ogni 25 aprile ci troviamo sempre a dire e fare le stesse cose, questo è stato lo spunto iniziale. L’idea è poi stata raccolta dal gruppo di teatro del Buniva e, grazie al professor Ferraris del liceo artistico, sono state contattate altre scuole di Pinerolo. Si è così formato un vero e proprio laboratorio teatrale sotto la guida del CRAB e di Fassone».

Da quanto tempo lavorate allo spettacolo?
«Da ottobre, quando abbiamo iniziato a lavorare coi maestri del CRAB, che sono veramente bravi. Il lavoro consisteva nel ripensare lo spazio teatrale, la non casualità dei gesti, l’importanza dei movimenti dei muscoli del viso, ad esempio» risponde Tommaso. «Il copione vero e proprio lo abbiamo avuto a gennaio» precisa Benedetta «e per prima cosa abbiamo ricostruito, grazie all’aiuto di Fassone, il contesto storico e sociale in cui avremmo dovuto muoverci».

Nello spettacolo non c’è un personaggio principale. Tante voci che rompono il silenzio per esprimere se stesse.
«Se volessimo usare una facile espressione, si direbbe che la Resistenza l’hanno fatta tutti» commenta Tommaso «è vero, non c’è una trama con un personaggio principale, secondo me per dare più valore a tutti. In fondo la Resistenza l’hanno fatta soprattutto persone provenienti da classi sociali basse, senza un’organizzazione ben strutturata che li guidasse. E si sono giocati tutto, questo è il messaggio che vogliamo far passare. Emozionare, fare sentire viva la Resistenza. Ritrovare la forza e l’orgoglio di lottare per delle idee».

«L’idea mistificante che vogliamo distruggere è quella dell’eroe» aggiunge Isidoro «nell’immaginario tradizionale, in battaglia ci si aspetta l’eroe, la gioia per la vittoria. Ma i partigiani che hanno fatto la Resistenza erano gente comune che provava emozioni umane – come il panico, ad esempio. E quando si vince non si è felici». «Per questo i nostri personaggi sono quasi sempre anonimi» conclude Gabriel.

Avete avuto difficoltà a immedesimarvi in ragazzi che settant’anni fa avevano la vostra età?
«Per me non si tratta di semplice immedesimazione durante le prove» risponde Susanna «io ci penso spesso al lavoro che stiamo facendo. Lo ritrovo nella vita quotidiana, certo non esattamente le stesse emozioni ma come una loro eco che mi fa riflettere. Del resto, ci vuole un sacco di lavoro per rendere il personaggio come lo senti davvero tu, per trasmettere le stesse emozioni come le provi tu». «La difficoltà dell’immedesimazione sta nel fatto che è tanto facile sembrare innaturali» chiosa Tommaso. «Non è una realtà immediata, a teatro devi reimparare da capo le cose più semplici e spontanee» prosegue Federica. «Reimparare a parlare, sorridere, piangere. A teatro è diverso» interviene Gabriel.

Teatro ed emozione. Un binomio che ritorna spesso nelle vostre parole.
«Sì, per me il teatro ha un valore che definirei liberatorio» spiega Tommaso «permette alle emozioni di emergere, tanto più che nel quotidiano. Devono essere emozioni forti, perché più forte l’attore prova un’emozione, meglio riesce a far sentire al pubblico la stessa emozione». A questo Susanna aggiunge: «A teatro occorre parlare forte perché un attore "respira" la scena. E deve raggiungere anche l’ultima fila!». «Oltre a questo, l’attore deve immaginare la scena, anche quella che la scenografia non rende. E se non lo fai, il pubblico chiaramente se ne accorge. E se non lo fai bene se ne accorge lo stesso!» commenta Isidoro.

Resistenza. Nel 1943 i giovani si sono armati per resistere alla dittatura. Oggi c’è qualcosa contro cui bisogna resistere?
«Qui sta il significato sempre vivo di Resistenza. Fare oggi una nuova liberazione dei giovani contro nuovi obiettivi, mi sembra lo spirito giusto. Certo i nemici cambiano, allora erano i nazifascisti, oggi il nemico potrebbe essere la crisi economica, la fuga dei giovani all’estero...» commenta Monica. «Resistere all’idea che i giovani di oggi siano fannulloni, senza voglia di lavorare né di sapere, senza voglia di soffrire, di essere combattuti, insomma di mettersi in gioco per degli ideali» aggiunge Tommaso. «Resistere all’ignoranza, all’omologazione» prosegue Federica «alla superficialità, all’abbrutimento mentale, all’irresponsabilità, al conformismo» seguono in coro gli altri ragazzi, un entusiasmo contagioso e una complicità non comune.
Resistere, resistere, resistere!