Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



Pinerolo Indialogo

Maggio 2014


Dialogo tra generazioni
 
Home Page :: Indietro

 Lettere al giornale 

 

Cifre sullo spreco che danno i brividi
Non gettiamo il nostro pane quotidiano

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.5 - Maggio 2014

 
Anni fa destò dapprima sorpresa e poi scandalo una sconsiderata politica agricola che comportava la distruzione di migliaia di tonnellate di arance, al solo fine di tenere alti i prezzi di mercato delle medesime: lo spettacolo dei trattori e delle pale che massacravano tonnellate di frutta si combinava con il pensiero delle migliaia o milioni di persone che soffrivano la fame al punto di morirne.

Oggi, il fenomeno delle arance è in parte mitigato dalla trasformazione di una quota delle eccedenze in succhi di frutta, distribuiti ad associazioni di volontariato; ma in compenso è aggravato da una cultura dello spreco che si è fatta gigantesca. Questa indifferenza al valore delle risorse alimentari si manifesta sin dal momento della produzione, là dove le sovvenzioni a certi tipi di colture hanno spinto a produrre beni in eccesso e votati alla distruzione. Si trasmette alle monoculture ed agli allevamenti intensivi. Si perfeziona con le speculazioni finanziarie (i derivati) che spingono o frenano la produzione senza riguardo ai bisogni effettivi.

Anche nella fase della distribuzione si scorgono gli effetti delle nostre abitudini schizzinose: pensiamo al pescato di piccole dimensioni, che viene buttato a marcire; ai vegetali che vengono scartati solo perché non conformi per taglia o per immagine agli standard della grande distribuzione; alle campagne promozionali che riempiono gli scaffali di merce destinata a rimanere invenduta.

E che dire del nostro specifico agire quotidiano? Migliaia di porzioni inutilizzate nelle mense, avanzi scandalosi nella ristorazione, dispense domestiche piene di prodotti scaduti per effetto di una gestione casalinga sbadata, smaltimento di cibi nei cassonetti, sui quali si affacciano a rovistare gli affamati.

E’ persino inutile ripetere cifre che danno i brividi. Le rilevazioni della FAO parlano di 1,3 miliardi di tonnellate all’anno di alimenti gettati e, in Italia, di 149 chilogrammi pro capite: cifre che nascono da un’eccedenza non contrastata nella produzione, e da una cecità anche legislativa nello smaltimento.

Come se non bastasse, una normativa ottusa, ispirata ad un igienismo ossessivo, sta frustrando anche le migliori intenzioni di recupero e di utilizzo dello spreco. Per i cibi cotti il trasporto del non consumato deve garantire la continuità della temperatura, il che presuppone un’attrezzatura che poche associazioni possono permettersi, soprattutto in centri di piccole dimensioni come il nostro. Per il pane l’invenduto ammonta a circa il 25% del prodotto, perché la grande distribuzione impone ai panificatori di consegnare ai supermercati una quantità eccessiva, siccome questi vogliono avere gli scaffali almeno semi-colmi sino al momento della chiusura, per esigenze di immagine presso una clientela che non si rende conto di camminare sull’orlo del baratro.

La c.d. legge del buon Samaritano (L. n. 155 del 2003) assimila al consumatore finale, e quindi pretende gli stessi requisiti per la distribuzione, anche le Onlus che si occupano di distribuire l’invenduto ai bisognosi, e perciò consente loro bensì di prelevarlo gratuitamente, ma a condizione che lo ritirino quando è ancora presso il distributore, quindi solo nel tempo che precede immediatamente la chiusura.

Tutto ciò implica un’organizzazione ed una disponibilità di volontari che difficilmente consente un servizio continuativo (non si può correre il rischio che in un certo giorno la mensa sia priva di pane perché il volontario si è fatto male o è stato trattenuto in ufficio). E intanto un numero crescente di affamati guarda alla tavola del nostro Epulone collettivo, che neppure sa quanti avanzi genera ogni giorno.

Che fare? Si può solo confidare in una normativa un po’ più flessibile, senza dimenticare per questo le giuste esigenze dell’igiene; in regolamenti locali che, ad esempio, assegnino un punteggio a chi ha collaborato con organizzazioni impegnate in questo campo; e in una maggiore disponibilità dei tanti che impiegano le loro ore vuote discettando sul molto che ci sarebbe da fare e che nessuno fa.