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Pinerolo Indialogo

Maggio 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Parlar di storia

Cenni di storia pinerolese poco noti


Le donne e la fabbrica: le filere

di Nadia Fenoglio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.5 - Maggio 2014

   Del lavoro si continua a celebrare la festa il 1° maggio anche se, più che il festeggiato, il lavoro sembra essere il grande assente. Quale lavoro? Quali diritti?

Una rubrica di storia locale può, a questo punto, soffermare l’attenzione su una figura, quella della filera, il cui lavoro a Pinerolo e nel circondario sosteneva l’industria tessile che qui fiorì nel secondo Ottocento accanto al settore metallurgico e meccanico. Quando il lavoro non fa rima con diritti la storia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo continua a ripetersi - lo vediamo ancora oggi.

La figura della filera, vale a dire della filatrice, si inserisce in un contesto socio-economico in cui si riconoscono due precisi avvenimenti come punto d’avvio della riscossa industriale pinerolese, segnata in precedenza da un carattere prevalentemente artigianale. Uno, l’apertura della ferrovia per Torino nel 1854 consentì l’arrivo delle materie prime e la spedizione dei manufatti in minor tempo e a prezzi competitivi. Due, l’emancipazione dei valdesi nel 1848 permise a un gran numero di imprenditori e capitali stranieri, provenienti dagli ambienti protestanti europei, di avviare nuove attività nel Pinerolese.

È nel 1871, ad esempio, che l’imprenditore tedesco G. Quest acquistò dal Comune di Pinerolo l’antico convento dei Cappuccini e lo trasformò in una filanda. Sorsero quindi industrie di relativa grandezza in tutto il territorio, dotate di una manodopera che, in alcuni casi, contava fino a 500 operai: erano in maggioranza donne, venivano dette «filere».

Queste provenivano in buona parte dalla pianura pinerolese e dal cuneese; si separavano dalle famiglie per venire a lavorare a Pinerolo in condizioni durissime. Generalmente vivevano negli ospizi gestiti dalle suore, con ferree regole di comportamento da rispettare. Nessuna forma di tutela sul lavoro né di previdenza sociale da parte dello Stato o degli industriali. L’orario di lavoro giornaliero ammontava a 15 ore e mezza: dalle 4 del mattino alle 20,45 di sera le filere lavoravano in piedi, in locali spesso malsani e affollati, senza conoscere domenica. Era concessa solo un’ora e un quarto di intervallo per il pasto di mezzogiorno. Ancora, nell’anno 1878 la paga ammontava a 1,50 lire giornaliere che la maggior parte delle filatrici doveva inviare interamente alla propria famiglia.

In un simile quadro, la condizione sociale della filera era avvolta dalla maldicenza e dal discredito: si trattava di donne in genere sole, lavoratrici, provenienti da altre cittadine, di origini umili. Raramente riuscivano a sposarsi con uomini pinerolesi. E quelle che avevano bambini dovevano portarli in fabbrica, anch’essi a lavorare.

Così racconta un settimanale dell’epoca, la "Lanterna Pinerolese", in una pubblicazione del 1889: «Le donne [della Filanda dei Cappuccini di G. Quest] lavorano fino alle 8,30 serali, in piedi tutto il giorno; alcune di esse sono sposate e portano i figli in fabbrica. Durante le visite degli ispettori del lavoro molti bambini spariscono sotto le ampie gonne delle donne, sospendendo la rimescolatura dei bozzoli bolliti nelle vasche di acqua calda».