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Pinerolo Indialogo

Giugno 2014


Dialogo tra generazioni

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Docenti universitari pinerolesi / 16
Intervista a Maria Martin

«Il suolo è una risorsa non rinnovabile... "La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa"»

 

a cura di Marianna Bertolino
Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.6 - Giugno 2014

Per cominciare ci parli di sé e del suo lavoro in ambito universitario.
  
Lavoro presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA) dell’Università degli Studi di Torino, ex facoltà di Agraria, come ricercatore universitario dal 2008, dopo diversi anni di lavoro precario. Il settore scientifico-disciplinare cui afferisco è quello della Chimica Agraria. Nello specifico, la ricerca che svolgo riguarda la chimica del suolo, lo studio dei meccanismi che rendono più o meno disponibili per le colture agrarie gli elementi nutritivi o i contaminanti. Dal punto di vista ambientale, mi interesso delle interazioni tra suolo, acqua e piante, per la valutazione del potenziale trasferimento di contaminanti tra diversi comparti ambientali e delle conseguenze che ciò può avere.

Lei lavora nel settore della chimica del suolo, quindi dei componenti naturali che vi sono, ma forse anche di quelli prodotti dall’uomo. Com’è la situazione (inquinamento ed altro)?
  
Il suolo, in passato, è stato visto per molto tempo come una discarica, un serbatoio di capacità illimitata, dove poter smaltire ogni tipo di composto per poi dimenticarsene, come se scomparisse. Non è così. A partire dagli anni ’80, si sono moltiplicati gli studi che dimostrano come la capacità del serbatoio suolo non sia infinita né immutabile. Al variare di parametri ambientali capaci di incidere sull’equilibrio tra ritenzione e rilascio di un contaminante, il serbatoio può diventare sorgente. Questo è il concetto di bomba a tempo chimica: quando introduco un contaminante in un serbatoio (il suolo), avvicinandomi alla sua massima capacità di ritenzione, sto caricando una bomba a tempo chimica: se nel futuro una qualunque variazione ambientale (per esempio variazioni di temperatura, umidità, destinazione d’uso di un suolo) andrà a modificare gli equilibri chimici, avrò un rilascio repentino, difficilmente contrastabile e talvolta difficilmente prevedibile del contaminante dal suolo verso un altro comparto ambientale: spesso le acque, ma anche l’atmosfera e la biosfera. Se è un suolo agrario, si potrà avere un passaggio diretto alle colture e, di qui, al consumatore. Gli esempi purtroppo non mancano, ma fortunatamente, insieme alla conoscenza del problema, sono aumentati anche la sensibilità e i mezzi tecnici e normativi, che hanno portato a un deciso miglioramento.

Suolo vuol dire anche cibo. Qual è lo stato dell’alimentazione mondiale? C’è cibo per tutti o la carenza è ancora tanta e ci sarà per forza bisogno dei cibi geneticamente modificati?
  
Suolo vuol dire cibo, è vero, e non bisogna dimenticarsene, nel decidere la destinazione d’uso del territorio. Non sono un sociologo né un economista: non ho quindi titolo per disquisire della disponibilità alimentare a livello mondiale e, non essendo nemmeno un genetista, non mi esprimo neppure sull’opportunità o necessità di fare uso di OGM. Che grandi fasce di popolazione, soprattutto in certe zone del mondo, soffrano di gravi carenze alimentari, è cosa nota. Come agronomo posso dire che le risorse veramente limitate, e sempre più limitanti, per la produzione di cibo sono l’acqua e il suolo coltivabile. Come studioso del suolo, ciò che so per certo è che il suolo è una risorsa sostanzialmente non rinnovabile: la pedogenesi, cioè l’insieme dei processi che portano alla formazione di suolo (coltivabile) a partire dalla roccia madre, ha tempi lunghissimi: possono occorrere decine, centinaia di anni o più, a seconda delle condizioni, per formare un solo centimetro di suolo. La velocità con cui perdiamo suolo fertile, per processi come erosione, desertificazione, salinizzazione, declino della fertilità in generale, e per consumo di suolo con l’urbanizzazione, è enormemente più elevata di quella con cui il suolo si può riformare. L’AISSA, Associazione Italiana delle Società Scientifiche Agrarie, ha recentemente inoltrato una proposta di legge quadro per la protezione del suolo, ricordando una frase di Roosevelt: "La nazione che distrugge il proprio suolo, distrugge se stessa".

Lei si interessa anche di solidarietà con i Paesi in via di sviluppo, Ci parla di questo aspetto?
Professionalmente, mi sono interessata soprattutto del noto problema della grave contaminazione da arsenico delle acque di falda di vaste aree del Bangladesh e del trasferimento di questo contaminante ai suoli agrari e al riso. In questo senso sono stati fatti, e in parte sono in corso, degli studi in collaborazione con il Department of Soil, Water and Environment dell’Università di Dhaka.
Dal punto di vista personale, tramite una piccola organizzazione, IDEA Onlus, fondata con alcuni amici nel 2007, collaboro con alcune ONG del Bangladesh che si occupano soprattutto di istruzione per i bambini, salute e progetti di sviluppo per piccole comunità. Abbiamo avuto molti grattacapi, ma anche molte soddisfazioni, e stiamo lavorando in ottimo accordo con i partners locali, anche se l’obiettivo finale non lo abbiamo ancora raggiunto: diventare superflui, segno che le comunità dove operiamo hanno consolidato i miglioramenti fatti e sono in grado di gestire il proprio sviluppo in completa autonomia.

A fronte di una realtà povera, ma che è comunque in crescita, c’è un Occidente che è sempre più in decrescita, una situazione di impoverimento che toccherà soprattutto le nuove generazioni. Non trova che sia ormai ora di incominciare a preoccuparsi anche di questa realtà?
Questo è vero, è un problema che riguarda la sostenibilità del nostro modello economico. Di nuovo, non sono un economista.

Sappiamo che lei con il suo compagno ha fatto una scelta radicale di vita decidendo di andare a vivere in una borgata abbandonata. Ci racconta di questa scelta?
La scelta di vita, se tale si può definire, fatta molto tempo fa da mio marito e da me, è stata quella di non trasferirci in città per avvicinarci al lavoro. Ora abitiamo in campagna, dopo continueremo ad abitare in campagna, a pochi chilometri di distanza, in un posto che ci piace molto.

Da non pinerolese (abita a Pinasca), ma che vive la realtà del territorio, come vede la voglia di università in Pinerolo che vi è in alcuni politici (e anche docenti), crede che sia realistica, con prospettive di futuro?
Decentrare ha vantaggi e svantaggi. E’ ben noto che negli ultimi anni le risorse destinate all’università si sono contratte in modo spaventoso ed è indispensabile ottimizzare il poco che c’è. Non so quali saranno le scelte dell’Ateneo di Torino, ma dovranno per forza tener conto di vincoli sempre più stringenti.

Il Pinerolese, in particolare la Val Chisone ove lei abita, sta vivendo una profonda crisi. C’è una realtà che a suo parere sarebbe da valorizzare?
Difficile rispondere. La deindustrializzazione ha lasciato un vuoto che richiederà probabilmente molto tempo per essere colmato. Ci sono esempi di scelte coraggiose, legate all’intraprendenza e fantasia dei singoli. Occorrerebbe un’azione congiunta, magari unendo più valli che vivono problemi analoghi, per arginare la continua diminuzione di risorse destinate al territorio.

Ritorniamo alla natura e all’ambiente che tanto la coinvolge: può essere per il territorio anche occasione di lavoro?
Quando tutto il resto smette di funzionare, c’è un ritorno alle risorse primarie. Si ritorna alla terra. E’ interessante constatare che c’è una ripresa delle produzioni agrarie e pastorali, anche da parte di giovani, anche su territori montani, come i nostri, considerati marginali. La cura di questi territori, belli ma difficili, è fondamentale per preservare e valorizzare l’ambiente e per mantenere vive le comunità locali: chi ricopre questo ruolo, lavorando con passione e rispetto delle risorse, meriterebbe maggior sostegno.