Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



Pinerolo Indialogo

Ottobre 2015


Dialogo tra generazioni
 
Home Page :: Indietro

 Lettere al giornale 

 


Frugalità, piccola virtù politica

«O si va al collasso ed al caos, o si acconsente a scremare un po’ del grasso che destiniamo al nostro stile iper-consumistico»


di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.10 - Ottobre 2015

 
 
 Quadro n. 1. Qualche tempo fa uscì, ed ebbe poco risalto, un libro (Legrenzi, Frugalità, ed. Il Mulino) che assume oggi particolare importanza, alla luce degli sconvolgimenti in atto dovuti sia alle grandi migrazioni sia agli allarmi climatici, che oggi occupano i nostri pensieri.

Spiegava l’Autore che frugalità non è povertà, perché questa è una costrizione, mentre quella è una libera scelta. Frugalità non è neppure avarizia, perché alla povertà siamo costretti dalle circostanze, all’avarizia dalle nostre ossessioni. E nemmeno è una decisione di risparmio, perché questa è finalizzata all’acquisto di beni in futuro, od a contrastare l’incertezza del domani, mentre la frugalità non ha altro scopo che se stessa. Un tempo - dice l’Autore, ricordando uno stile che sembra del tutto scomparso - chi faceva scelte frugali neppure si accorgeva di farle, semplicemente perché gli sembrava ovvio vivere così. Era un abito mentale che considerava naturale evitare lo spreco, utilizzare bene l’esistente e non acquisire più di quanto è necessario.

Chi vive al di sotto del consumo che la sua condizione gli permetterebbe, costruisce una difesa preventiva che gli consente di accogliere senza traumi una condizione meno florida di quella attuale. In altre parole la frugalità, come relazione spontanea con i beni prima che come fenomeno economico, è una difesa preventiva che ci rende meno vulnerabili ai rovesci della sorte, e ci fa più adattabili a scenari in rapido mutamento (fra i quali indubbiamente viviamo).

Quadro n. 2. Le grandi migrazioni in atto stanno squassando l’Europa e non solo quella. Sono milioni di persone che entrano ed entreranno nelle nostre compagini sociali e le rivolgeranno; sono afflussi che dureranno per anni e che non potranno essere arrestati, solo (forse) attenuati se riusciremo ad inaridirne le cause. Anche se si riuscirà a bonificare almeno in parte la situazione in Siria, in Libia, in Eritrea, c’è un intero continente e oltre che non accetta più la sua condizione sub-umana e che ha scoperto la mobilità come indispensabile rimedio.

Ad onta dei catastrofismi, questo fenomeno ha già prodotto un piccolo prodigio: l’Europa detestata, l’Europa del rigore e dei bilanci in ordine, l’Europa prossima a spegnersi a causa delle sue rigidità ed atonie, è stata miracolata proprio da questa apocalisse, simboleggiata dall’immagine del piccolo Aylan dal golfino rosso annegato sulla battigia di Bodrum. L’Europa della quale avevamo perso il senso e l’attrazione ha avuto un soprassalto di dignità ed ha evitato l’asfissia politica proprio grazie a questa inondazione che appariva disastrosa. Perfino le rodomontate dei vari Salvini, Le Pen, Orbàn & c., che minacciavano di squassare il continente e tramutarlo in una fortezza odiosa, hanno dovuto prendere atto che le grandi maree dell’umanità non si fermano con le invettive e nemmeno con i muri. Grazie a quegli spettacoli drammatici siamo diventati un po’ più umani, noi e la nostra politica.

Il Quadro n. 3 è la somma dei primi due. Avremo milioni di persone in più alle quali destinare accoglienza e servizi; avremo miliardi di euro in meno nei nostri bilanci, da dedicare sia alla "bonifica" delle terre di provenienza, per prosciugare almeno in parte le cause degli esodi, sia alla nostra organizzazione interna, che dovrà reggere il peso dell’aumento dei servizi e quello della creazione (attraverso la mano pubblica) di nuove opportunità di lavoro per tutti.

O si va al collasso ed al caos, o si acconsente a scremare un po’ del grasso che destiniamo al nostro stile iper-consumistico, e lo si destina a sostenere questa nuova pagina della storia, che si appresta ad imporci quello che il senso di equità e di eguaglianza avrebbe dovuto suggerirci di per sé. Non si tratta di tornare a rivoltare tre volte il cappotto, come si faceva in tempo di guerra: basta giocare all’astronave, e chiederci quali sono le cento cose, e solo quelle, che potremmo portare sul veicolo. Scopriremmo che ne abbiamo altre mille delle quali possiamo fare a meno senza grave sacrificio. La frugalità, appunto, come virtù politica.