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Pinerolo Indialogo

Novembre 2015


Dialogo tra generazioni
 
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 Letture 

L'ultimo libro di Elvio Fassone


Fine pena: ora

Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice


di Isa Demaria

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.11 - Novembre 2015

 
  Il libro di Elvio Fassone è tra quelli che è bene leggere con particolare attenzione, perché il racconto, tratto da fatti reali, ci aiuta a mettere a fuoco problemi spesso dibattuti in modo superficiale o male informato. Si parla di carcere infatti e lo si fa grazie alla testimonianza diretta e disinteressata offerta da una lunga corrispondenza tra un ergastolano e un giudice, proprio quello che lo ha condannato.

Questa improbabile relazione nacque nel corso del processo alla mafia catanese, svoltosi a Torino nel 1985, un gigantesco meccanismo con 142 imputati, a giudizio per venti mesi in un’ aula bunker, sistemati in gabbie con vetri anti-proiettile, panche imbullonate al pavimento, e all’ esterno metal detector, mitra spianati, scorta armata per il giudice, elicotteri e cani lupo.

Eppure in questa cornice così cupa e rigida nelle sue regole la scelta del giudice di gestire il processo in modo fermo ma pacato e di istituire un momento, seppur breve, in cui i detenuti potevano incontrarlo e spiegare i loro problemi minuti (dalla necessità di una visita dal dentista ad una difficoltà nell’ incontrare i parenti) creò una atmosfera di rispetto e consentì l’ avvio di una sorta di "pedagogia" dei comportamenti (si parla a turno, non si urla o insulta….). Una piccola delegazione di detenuti dirà al giudice "Lei ci tratta da ommini e noi da omo faremo con lei. Stia tranquillo, signor Presidente".

Ma è soprattutto con uno degli inquisiti, un "capo" riconosciuto, giovane e feroce , che si crea un dialogo, un confronto e sarà proprio quest’ ultimo , alla vigilia ormai della sentenza, che mostrerà la consapevolezza che è possibile un altro modo di vivere e concepire i rapporti tra le persone, senza violenza e sopraffazione, un modo lontano da lui, ma desiderabile e rimpianto. Salvatore, questo il nome che l’ autore gli attribuisce , dirà al giudice "Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia e se io nascevo dove è nato suo figlio magari ora facevo l’ avvocato, ed ero pure bravo".

Non è la ricerca di una scusante, del tutto priva di efficacia, ma la constatazione che le situazioni in cui ci troviamo a nascere e vivere condizionano pesantemente le nostre scelte.

A questo penserà il giudice nella notte dopo la sentenza con cui ha condannato molti imputati, e tra questi Salvatore, all’ergastolo . Forse anche questa idea (che per quelli di noi che hanno scelto il rispetto degli altri e l’onestà, oltre al merito c’è stato anche un po’ di fortuna, un più ampio ventaglio di possibilità) spinge il giudice ad un gesto impulsivo e poco razionale: scrivere poche righe a Salvatore allegando un suo libro, Siddharta, in cui è scritto tra l’altro "Mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore".

Il giovane ergastolano è colpito da chi lo invita a non perdere , insieme alla libertà, la dignità e la speranza ; risponde nell’ italiano approssimativo di chi "è stato cacciato da tutte le scuole", di chi "non ha mai letto un libro, solo atti giudiziari" e si avvia così una corrispondenza che attraverserà 26 anni, dando conto della sua tenace volontà di cambiare, acquisire conoscenza, dare gambe alla speranza di poter vedere un termine, sia pure lontano, per la sua pena.

Salvatore studierà come un matto, leggerà tutto quello che gli capita sottomano, conquisterà un primo diploma di giardinaggio , poi la licenza elementare, poi , con enorme difficoltà, la terza media .

Il suo percorso vedrà momenti positivi: il primo permesso (dopo 21 anni di carcere) , un lavoro all’ esterno presso un vivaio di fiori, la nomina a "responsabile" della cucina, la partecipazione all’ attività di una compagnia teatrale del carcere, ma anche continue fermate, delusioni, necessità di ricominciare da zero a causa di uno dei tanti trasferimenti "automatici" e di massa che il carcere impone ai detenuti quando nell’ istituto o nella sezione accada qualcosa di negativo.

E’ questo micidiale meccanismo , non dovuto a cattiveria quanto a ottusa, ordinaria crudeltà burocratica che rende la "riabilitazione" una fatica di Sisifo, in grado di spezzare anche i più determinati. Così accade a Salvatore, che, vedendo allontanarsi nuovamente la semilibertà che sembrava ormai vicina (dopo ventotto anni di carcere) crolla, finisce nel repartino psichiatrico e lì tenta di impiccarsi, di fissare un termine della sua pena nell’ unico modo che gli è possibile, togliendosi la vita.

Da questo fatto nasce il libro, come tentativo di dare ancora una volta sostegno a chi sembra non poter più rialzarsi ma anche per chiedere a chi legge una seria riflessione "sui delitti e sulle pene".

Il nostro carcere non funziona bene, non adempie pienamente a tutte le funzioni per cui è stato previsto : mettere la società al riparo da chi delinque, garantire la punizione dei reati (consistente nella privazione della libertà, non nelle pene accessorie e illegittime del sovraffollamento, delle cattive condizioni igienico sanitarie…), rieducare i condannati per consentirne la riabilitazione e il reinserimento nella società . Oggi non solo molti istituti penali non forniscono possibilità di studio e formazione, opportunità di lavoro e reinserimento , ma la stessa natura "illimitata" della pena dell’ ergastolo pare negare una funzione rieducativa. La Corte Costituzionale ha bensì chiarito che non vi è contraddizione, perché esistono già meccanismi che consentono , a chi abbia scontato gran parte della pena e mostrato ravvedimento, di ottenere una liberazione anticipata ma questa possibilità , teorica, si scontra con una pratica che la nega, come nel caso di Salvatore.

Occorre dunque riesaminare il problema, sapendo che vi sono tre gravi difficoltà :

• le paure che attraversano la nostra società , acuite dai casi in cui detenuti tornati liberi per sconti di pena tornano a delinquere o uccidere (sono una esigua minoranza, ma il loro atto è un colpo terribile per la credibilità degli altri)

• la convinzione che le pene non siano abbastanza "certe" (certe non vuol dire immutabili, ma la diffusa sensazione di una generale corruzione e impunità provoca in chi rispetta le leggi, paga le tasse, timbra regolarmente il cartellino di presenza una comprensibile tentazione di giustizialismo)

• l’ abbandono in cui vengono in genere lasciate le vittime o (nel caso di omicidi) i loro congiunti ai quali, dopo aver loro ossessivamente chiesto "se perdonano", non viene dato alcun sostegno psicologico o pratico.

La storia di Salvatore ci chiede un ripensamento e proposte che non eludano le difficoltà e considerino con attenzione e rispetto tutti gli elementi in gioco.