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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2015


Dialogo tra generazioni

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 Urbanistica & Architettura 



Tra il conservare la storia e il "rigenerare"

C'era una volta una cartiera...
In zona San Michele, che in nome di una "rigenerazione urbanistica" rischia di essere abbattuta

di Riccardo Rudiero, con Marco Calliero

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.12 - Dicembre 2015

 C’era una volta una cartiera che, insieme ad altre tre, costituiva uno dei motivi di orgoglio e di prestigio di cui Pinerolo godeva nel Piemonte antico e moderno.

Inizio di una storia? Potrebbe esserlo. Se così fosse, saremmo pronti ad aspettarci un bel lieto fine. Eppure, come oramai ci hanno abituato le fiabe moderne, questo è ancora tutto da vedere! Infatti la cartiera in questione che, come le altre, si trova nella località conosciuta come "dei Battitori da Carta" (nome piuttosto eloquente con cui era conosciuta l’attuale zona di San Michele), purtroppo rischia moltissimo: in nome di una "rigenerazione urbanistica" – la stessa, famigerata, che ci ha lasciato in eredità una spianata di terra al posto della fabbrica elettrodi della Società Talco Grafite Val Chisone e dell’antico mulino di San Giovanni, in via Vigone, a ridosso della ferrovia – potrebbe essere destinata al totale abbattimento.

Non c’è da stupirsi: è un edificio vecchio, malsano, improduttivo. Eppure, se c’è qualcosa che ci è stato detto fin da bambini, proprio da coloro i quali ci cullavano solleticando la nostra fantasia, dai vecchi saggi c’è molto da imparare. Bisogna saperli ascoltare. E anche la cartiera in questione ha molto da dirci!

Essa sorgeva lungo il ramo destro della biforcazione del canale Moirano – grande propulsore dell’industria cittadina fin dal Medioevo – in fondo a via Gorizia, e fu impiantata da un mastro saviglianese a fine XIV secolo. La fiorente industria della carta pinerolese fu sempre monopolio quasi esclusivamente privato e, grazie a un’imprenditoria abile e lungimirante, era una macchina ben congeniata che dava lavoro a molte persone (oltre a rimpinguare le tasche dell’amministrazione locale attraverso la tassazione sugli edifici industriali e sull’affitto dell’acqua del Moirano). Tanto abili erano i mastri cartai pinerolesi che i loro prodotti non servivano esclusivamente per soddisfare il fabbisogno locale, ma anche estero, con l’esportazione che talvolta passava addirittura dai porti di Genova e Savona.

Lo stabilimento di via Gorizia non fece eccezione e, passando di proprietario in proprietario, giunse ad essere nelle disponibilità della contessa Rosa Maffei di Boglio (tra il 1776 e il 1834), ricordata dai pinerolesi per aver acquistato, con spirito di pietà cristiana al fine di scongiurarne la demolizione, lo stabile già convento di San Francesco, attuale sede delle suore di San Giuseppe.

La fabbrica produsse la sua pregiata carta fino al 1869, quando venne convertita per le lavorazioni laniere, attività ben più remunerativa in una stagione di cambi epocali legati all’industria. Nello stesso periodo, praticamente tutte le altre cartiere subirono la stessa trasformazione, e com’è andata a finire lo sappiamo tutti: infatti oggi a Pinerolo non ne rimane che una, quella dei signori Cassina. Come se non bastasse, allo stesso modo non resta più neppure uno degli stabilimenti tessili, costretti a chiudere nella seconda metà del XX secolo a causa della concorrenza proveniente dall’Asia.

Tornando allo stabilimento di via Gorizia, può certamente dirsi che la sorte non fu delicata con esso: nel 1922 subì un grave incendio che lo distrusse in gran parte, e tutti i macchinari vennero spostati altrove. Quando nel 1937 cambiò di proprietà, la scelta fu quella di non ricostruirlo, bensì di edificare un capannone ex novo poco distante, e di recuperare del vecchio edificio solo una piccola percentuale a fini residenziali.

Nel 1960 la produzione cessò definitivamente e il complesso venne affittato alla Società del Parco, che utilizzò gli spazi per l’allevamento, l’esposizione e la vendita di animali.

A metà degli anni Novanta l’attività della Società si spostò in Val Lemina, e questa dismissione lasciò in eredità alla città ciò che vediamo tutt’oggi: la parte bruciata su via Gorizia è praticamente in rovina, mentre le porzioni ancora in piedi sono il cascinale che affaccia sul cortile interno e il capannone industriale scoperchiato.

Orbene, a fronte di questa lunga (e travagliata) vicenda, l’unica idea per recuperare un importante pezzo di storia della nostra già martoriata città (ci si vuol dimenticare, nel novero degli scempi, la caserma del Vauban abbattuta nel 1960 per far spazio al parcheggio di piazza Terzo Alpini?) è la sua totale demolizione?

È vero, l’area è al momento fortemente degradata, e qualcosa bisognerà pur fare. E perseguire la riconversione di una porzione di territorio già edificato, salvaguardando quelle libere con altra destinazione d’uso è cosa saggia e apprezzabile, un ottimo punto di partenza. Tuttavia le dinamiche odierne, tra cui gran peso ha quella economica, spesso fanno perdere di vista – e questo è un grosso rischio – i valori storici e culturali che in modo più o meno evidente attraversano le varie epoche. Lo sanno i tanti appassionati di storia locale, che al patrimonio di Pinerolo dedicano tempo e fatica. Lo sanno le associazioni come Italia Nostra, da sempre attive (e reattive) per preservare quanto di culturalmente importante sorge sul nostro territorio. E, prima di tutto, lo sapeva bene la contessa Rosa Maffei, che a suo tempo tutelò l’ex convento di San Francesco in Pinerolo, facendolo così giungere intatto a noi. Ora si tratterebbe di seguire il suo esempio, e a nostra volta preservare, per riconoscenza, la sua cartiera.