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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2015


Dialogo tra generazioni
 
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 Letture al giornale

Urgono palestre di umanità nuova


Generazione "Bataclan" e oltre

La responsabilità non è tanto di predicare quanto di inventare una vera cultura della convivenza e dell’ibridazione


di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.12 - Dicembre 2015

 
Fino a non molto tempo fa era uso che se un forestiero entrava in un paese o in un centro abitato di piccole dimensioni, spesso gli si avvicinava una persona del posto, che, con l’aria di voler fare quattro chiacchiere di benvenuto, gli chiedeva se cercava qualcuno, se aveva bisogno di aiuto o se gli era utile qualche indicazione. E nel contempo, sempre con fare amichevole, gli chiedeva da dove veniva, che mestiere faceva, di chi era figlio se giovane, e simili bonarie informazioni, che non infastidivano nessuno perché facevano parte del costume. Qualcosa di simile avveniva nei quartieri più omogenei delle città.

Sembra cosa dei secoli passati, ma era usanza tranquilla sino a due o tre generazioni fa: la prima applicazione di un utile mix tra una rudimentale solidarietà e un leggero controllo sociale, in un costume che considerava estraneo chi vivesse anche solo a quattro chilometri di distanza.

La mobilità sociale ha reso impercettibile la mescolanza fra gli individui prossimi, e per l’effetto è scomparsa quell’usanza. Ma un nuovo trauma da integrazione si è posto, questa volta con costi pesanti, in conseguenza delle migrazioni interne degli anni ‘50 e ‘60: sembrava una cosa intollerabile, invece a qualche distanza di tempo ne godiamo i frutti positivi.

Un terzo rimescolamento, non solo fra individui ma tra appartenenti a popoli diversi, si è poi verificato ad opera della "generazione Erasmus" e della lenta marcia verso l’Europa. Migliaia di giovani non solo si muovono disinvoltamente tra i vari Stati e trascorrono in essi segmenti della loro vita, ma scelgono partners di altra nazionalità, fondano famiglie multi-stato, intrecciano culture e abitudini, sebbene con taluno di questi altri popoli abbiamo anche combattuto guerre sanguinose.

Fino ad ora queste contaminazioni sono state assorbite senza troppa fatica, perché le prime erano innocue, le seconde portavano vantaggi, la terza è stata ed è volontaria e gioiosa. Oggi siamo chiamati ad un nuovo melting più impegnativo dei precedenti, per varie ragioni: perché la convivenza si sta instaurando con etnie, culture e religioni molto lontane da noi; perché questa mescolanza ci è imposta e non è scelta; e soprattutto perché una quota di questo nuovo "prossimo" ha comportamenti aggressivi e propositi di sopraffazione radicale ("con le vostre leggi vi invaderemo, con le nostre vi domineremo").

L’atteggiamento più istintivo è quello della contrapposizione: dopo i ripetuti choc di Parigi e simili, i richiami alla tolleranza sembrano prediche di anime belle. E tuttavia le grandi maree della storia non si possono arginare con la diga di una violenza simmetrica. La "generazione Bataclan" ha la responsabilità non tanto di predicare quanto di inventare una vera cultura della convivenza e dell’ibridazione: ma non da sola, bensì accompagnata da quello sguardo lungo che dovrebbe essere la vera nobiltà della politica.

Questo significa crescere all’ombra di nuovi modi di pensare, nei quali la flessibilità non è solo più il verbo della produzione ma l’abito della mente; significa disseminare l’occidente di luoghi istituzionali di convivenza e di conoscenza reciproca, nei quali lo scambio non è un fatto di folklore e di buone maniere, ma apprendimento di come molti sono i modi di stare nel mondo.

In questa revisione del modo di essere (che per certi aspetti ricorda la rivoluzione culturale dell’illuminismo, dalla quale è discesa la vera etica universale della modernità) ogni angolo della nostra terra di approdo può e deve diventare scuola e palestra di umanità nuova. E’ difficile credere che saranno i bombardamenti a porre un freno alle atrocità del Califfato; molto più efficace sarà il prosciugare le cause reali dell’aggressività, il dare vita a una moltitudine di segni visibili, alle case della convivenza, alle scuole dell’anima, ai mille luoghi nei quali la nota risposta di Einstein ("razza?": "umana") non sarà solo una citazione da convegno, ma un modo reale di vivere.

(A proposito: non si era auspicato, proprio su queste pagine, che l’annosa questione della destinazione della ex caserma Bochard offrisse una buona opportunità in questa direzione? e non sarebbe una decisione illuminata il fare di essa un capitolo della declamata "prospettiva metropolitana" e dei piani strategici che tanto tanto ci affascinano? Se persino la storia si muove a suggerire, è un vero peccato non ascoltare).