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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2015

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


Al Teatro Sociale con Rocco Papaleo

Una piccola impresa meridionale

di Sara Nosenzo

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.2 - Febbraio 2015

 Un nuovo esperimento di teatro-canzone per il Teatro Sociale di Pinerolo. Dopo l’indiscusso successo di Neri Marcoré e della Banda Osiris ecco fare capolino sul palco nostrano Rocco Papaleo. O meglio, siamo onesti, eccolo fare capolino nella platea. Eh si, lo spettacolo inizia prima ancora che si dica «Via!»

Gli attori girano in platea concedendo foto e autografi agli increduli partecipanti, ai quali viene pure chiesto se sono pronti per l’inizio dello show vero e proprio. Può sembrare irrilevante, ma questo semplice gesto ha permesso di scardinare il polveroso concetto di star poiché l’atmosfera percepita era di calore, famigliarità. Salta agli occhi la scelta del palco: niente sipario, niente quinte, niente di niente. Solo il pubblico e gli attori che giocano con la gente facendola partecipare in prima persona. Tale esperimento è preceduto da un breve discorso di Papaleo stesso: il teatro è una forma d’arte importantissima, deve essere protetta e amata. Fatta da persone che ci credono e vista da persone che ci credono.

Il copione è semplice: la storia di cinque amici, un sestetto mancato, che ama fare musica e raccontare storie. La storia che vanno a raccontare è un intreccio di episodi veri e di fantasia in un’ambientazione magica e calda come sa essere un buon teatro. I cinque musicisti sono bravi, spigliati, naturali, sembrano rappresentare un amico che un po’ tutti abbiamo. Le storie, tra cui una singolare prima volta che provocherà il riso anche ai più riservati, hanno un sapore meridionale, per l’appunto. Vere e genuine, senza peli sulla lingua. Raccontate per far star bene le persone e permettergli di svagarsi.

Si presti attenzione al fatto che il canovaccio è solo in apparenza semplicistico: nel pane e frittata di cui parla Papaleo vi è un significativo riferimento letterario. «Il pane e frittata di mia madre evoca tutto. L’odore del pane caldo, lo sfrigolio delle uova, la lunga camminata, il gorgoglio della pancia che deve aspettare la meta che si vuole raggiungere». Papaleo racconta e il pubblico viaggia alla ricerca di quell’alimento che tutti noi abbiamo nel cuore, che ci porta indietro nel tempo. Un unico boccone può risvegliare emozioni sopite per anni e farle esplodere come un fuoco d’artificio nelle sere di agosto. Vi è un chiaro rimando a Marcel Proust: «All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio». E se per Marcel un dolce portava un ricordo, per Papaleo il solo ricordo del pane e frittata dà d’impressione di sentire quell’odore delizioso per tutto il teatro. Ma solo per un attimo perché al cambio scena ci si immerge in un altro racconto, in nuove sensazioni, in nuove incontrollabili risate di pancia.

Un teatro per la gente, dai ritmi geniali, alternando canzoni e veri e propri dialoghi col pubblico a canzoni suonate e cantate dal vivo. Le melodie sono allegre e piene di vita per ricordare il giusto modo di apprezzare la quotidianità: con un sorriso. Semplice e sincero. I problemi ci sono, ma bisogna reagire per migliorarsi e non per semplice sopravvivenza.

Una piccola impresa meridionale, anche se piccola, non può passare inosservata.