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Pinerolo Indialogo

Marzo 2015

Dialogo tra generazioni

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Umberto Eco in Numero zero

La cattiva informazione

di Valentina Scaringella

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.3 - Marzo 2015

   

  Non è sempre facile distinguere tra causa ed effetto. Soprattutto nel mondo dell’informazione, dove, a voler ben vedere, sovente non sono le notizie a fare i media, ma i media a fare le notizie. Come? Ce lo mostra Umberto Eco in Numero zero.

Numero zero che in ambito editoriale designa il numero di prova di un nuovo quotidiano o periodico: quello che non uscirà mai. Commissionato nel romanzo da un potente editore a capo di alberghi, case di riposo, televisioni e riviste allo scopo di ricattare gli ambienti che contano, per essere chiamato a farne parte, nonché al fine di zittire gli avversari.

Non è infatti necessario che il numero esca: basta far capire che cosa sarebbe in grado di scrivere una redazione disposta a tutto. A mettere cioè in moto la macchina del fango: rendendo strani comportamenti di per sé normali, gettando ombre di sospetto, facendo insinuazioni, ridicolizzando, delegittimando. E a dare al lettore ciò che vuole o, meglio, ciò che a forza di ricevere egli crede di aver sempre desiderato: pettegolezzi, oroscopi, annunci funebri, godimento da sfortuna altrui, frasi inesatte ma fatte, parvenza di cultura.

Gustosissime le riunioni di redazione e le uscite di alcuni redattori. Uno dei quali, Braggadocio, si mette in testa di fare una grande inchiesta: a morire non sarebbe stato Mussolini, ma un suo sosia. E Gladio e la P2 ed eventi quali l’attentato di piazza Fontana e la strage in piazza della Loggia, la bomba sul treno Italicus e quella sul rapido Napoli-Milano, la bomba alla questura di Milano e l’esplosione di Peteano, l’assassinio di Moro e la morte di papa Luciani e l’attentato a Giovanni Paolo II sarebbero legati all’ombra del Duce. Inchiesta che finisce col farsi pericolosa. Anche per Maia e Colonna, due brillanti fallimenti che insieme fanno successo. Sino a quando un programma televisivo svela, pur con qualche debita (o indebita?) sottrazione, ben più di quanto scoperto dal loro collega, liberandoli.

Del resto, gli eventi sono noti, ma si perdono nel fumo delle altre notizie e nella nebbia d’un’indifferente memoria. Al punto da far desiderare d’andar lontano. Là dove, per lo meno, non si cela lo sporco sotto un bel tappeto, ma lo si lascia allo scoperto come se niente fosse. Là che però sarà presto qua, dove conviene pertanto restare: perché di questo passo – e lo si dice nel 1992, anno di nascita di Tangentopoli – anche nel nostro Paese si perderà del tutto il senso della vergogna.

E a chi pensa a un’esagerazione risponde l’arguta Maia: è la realtà a superare la finzione. Dov’è infatti che esistono memorie colpevolmente distorte? Evasione, corruzione, mafia? Espedienti pari a quelli qui concentrati nel modus operandi di una sola redazione? Soprattutto in quel mondo così troppo spesso asocialmente social? Già. E allora? Non si aspetti che il là diventi per intero qua. E che non si riesca nemmeno più a trovare una Storia vera di un Luciano veritiero soltanto nel suo professarsi menzognero.