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Pinerolo Indialogo

Marzo 2015


Dialogo tra generazioni
 
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 Parlar di storia

Cenni di storia pinerolese 

Lidia Poet e la difesa dei diritti delle donne


di Nadia Fenoglio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.3 - Marzo 2015

 La festa dell’8 marzo è una buona occasione per ricordarla, Lidia Poët. La prima donna avvocato del Regno d’Italia, a cui fu però impedito l’esercizio della professione proprio perché donna: discriminazioni ottocentesche, si direbbe. Oggi le donne si muovono con libertà nel mondo del lavoro, vanno dove vogliono, perfino nello spazio. Certo, maggiori diritti sono stati acquisiti ma solo in forma precaria, talvolta vengono ancora violati e non valgono che per una parte delle donne di tutto il mondo.

Storia paradigmatica quella di Lidia Poët, nata nel 1855 in una borgata di Perrero da una ricca famiglia di proprietari rurali. Una volta conseguito il diploma di maestra, la Poët decise di proseguire gli studi nonostante le obiezioni della famiglia. Ottenne allora la licenza liceale da privatista a Pinerolo per iscriversi poi alla facoltà di Legge di Torino, suscitando la curiosità per quello che pareva all’epoca un silenzioso scandalo. Nel 1881 riuscì a laurearsi con una tesi sul femminismo e il voto alle donne, tema caldo negli ultimi decenni dell’Ottocento anche grazie alle manifestazioni delle suffragette inglesi.

Lidia Poët divenne così la seconda donna italiana a ottenere la laurea dopo Ernesta Paper, laureatasi in Medicina a Firenze nel 1877. Dopo la laurea la Poët seguì i due anni di praticantato a Pinerolo nello studio del senatore Bertea, sostenne il relativo esame e chiese quindi l’iscrizione all’Albo degli Avvocati e dei Procuratori di Torino. Era la prima volta di una donna e le polemiche non mancarono. Magistrati e giuristi osteggiarono la sua richiesta, si tenne addirittura un dibattito parlamentare a riguardo ma alla fine il Consiglio dell’Ordine forense torinese, pur diviso al suo interno, finì per approvare l’iscrizione. Era il 1883. Il procuratore generale del re presso la Corte d’appello di Torino si oppose però all’iscrizione, sostenendo che le inclinazioni femminili indirizzavano le donne alla cura della casa e della famiglia piuttosto che a professioni come quella forense.

La Poët fece quindi ricorso ma la Corte d’appello accolse le richieste del pubblico ministero che, secondo le leggi vigenti,sosteneva che alle donne fosse proibito l’esercizio dell’avvocatura. La battaglia continuò quindi presso la Corte di cassazione: nel 1884 essa confermò quanto stabilito dalla Corte d’appello. Le donne, si diceva, erano inadatte all’avvocatura e l’uguaglianza di tutti i sudditi davanti alla legge - stabilita dall’articolo 24 dello Statuto albertino - non poteva cancellare le ineguaglianze che la natura stessa stabiliva tra uomini e donne.

Nel 1920 la Poët ottenne finalmente l’iscrizione all’Albo degli Avvocati, ma i tempi erano cambiati. Si era dedicata nel frattempo alla beneficenza, partì come crocerossina nella Prima guerra mondiale, lavorò all’ombra del fratello Enrico, anche lui avvocato, ed entrò infine nella segreteria del Congresso penitenziale internazionale in rappresentanza dell’Italia. Morì infine nel 1949 a Diano Marina.