Pinerolo Indialogo

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Pinerolo Indialogo

Aprile 2015


Dialogo tra generazioni

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 Donne del pinerolese 



Intervista ad Anna Maria Bermond

La scuola... "un amore durato quarant'anni"

a cura di Sara Nosenzo  

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.4 Aprile 2015

 

Ci racconta la sua esperienza di docente?
Venivo da una famiglia di insegnanti ed era scontato che le ragazze si sarebbero dedicate all’insegnamento. In realtà io sognavo di diventare medico, ma, ai miei tempi, non era facile appagare i propri desideri, e mio padre mi iscrisse d’autorità alla facoltà di lettere. Mi laureai velocemente e anche brillantemente, ma senza gioia. La sorpresa arrivò quando mi trovai di fronte a una scolaresca: erano ragazzine delle medie. I loro occhi curiosi, interroganti, i loro volti che si accendevano di interesse, l’accorgermi di quanto bene o quanto male potessi fare loro con le mie parole e il mio atteggiamento fecero scattare in me qualche cosa che non mi ha mai abbandonato: mi sono innamorata del mio lavoro. E ho continuato ad amarlo per quarant’anni. Un insegnante può fare tanto, in particolare un professore di lettere: puoi affrontare temi che vanno al di là del programma scolastico, che danno prospettive a una vita intera. Ricordo che in quinta liceo cercavo sempre, per la classe che avrei abbandonato, una poesia che potesse essere un ricordo, una bussola nelle vicende della vita. Talvolta, qualche ex alunno/a, incontrandomi, me la ricorda ancora , come se ci fosse un’intesa speciale tra noi. E’ stato bello, per me, insegnare. Tanto che continuo ancora adesso, all’Unitre.

Un’altra sua passione è la poesia. E’ così da sempre?
Da ragazzina la poesia mi annoiava, anche perché mi facevano studiare prima filastrocche, poi Il cinque maggio o simili amenità. Finalmente incontrai Omero, e qui cambiò tutto. Del Leopardi ho ancora presente la commozione che provai leggendo L’Infinito. Molta poesia del Novecento è bellissima, anche se, a volte, ardua e fa parte delle mie letture serali. Ho iniziato a scrivere poesie per me stessa, come meditazione, come sfogo di emozioni e inquietudini. Non pensavo a pubblicarle, anche perché nella poesia ti sveli completamente, e io sono abbastanza timida. Mio marito, però, scoprì il mio scartafaccio segreto, gli piacque, lo portò alla casa ed. Effatà che decise di pubblicarlo. Nacque così il mio primo libro di "quasi preghiere" "Ed io scivolerò fra le Tue braccia". E qui capitò una cosa inattesa : tante persone, spesso sconosciute, mi scrivevano, o mi fermavano per la strada, persone semplici, spesso anziane, ma anche, ricordo, due ragazze giovanissime, per dirmi "grazie", che le mie poesie le avevano consolate, accompagnate, commosse. Che gli avevano fatto bene, dato speranza. Allora pensai che se questo era l’effetto delle mie parole e dei miei pensieri, non dovevo tenere per me questo "dono": così è nato il secondo libro "Sottovoce Ti parlo", di cui è stata necessaria una seconda edizione. Forse, chissà, ce ne sarà un terzo...

Lei non è pinerolese di nascita. Ci parla di questa nostra città, dei suoi pregi e dei suoi difetti?
Venni a Pinerolo a ventidue anni, fresca di laurea, abbandonando tutte le mie amicizie a Casale Monferrato. Fu difficile ambientarmi. Però mi accorsi che in quegli anni Pinerolo era una città viva, piena di fervore. Ogni sera c’era un dibattito. Nascevano, e purtroppo morivano, nuove riviste: per es. La Fornace o Cronache del pinerolese, di cui fui anche costante collaboratrice. Anche economicamente era una città fiorente. L’impressione fu dunque positiva, anche se non fu facile stringere amicizie. Però, dopo qualche anno, venni accettata anche io! Al punto che nel ‘96 venni eletta consigliera comunale e risultai la più votata. Mi diedi da fare, in quegli anni: feci nascere la commissione per le Pari Opportunità, e lavorai perché la legge contro i maltrattamenti alle donne, che giaceva da anni in Senato, venisse mandata avanti. Raccogliemmo una quantità di firme e le consegnammo al senatore Mancino che era venuto a Pinerolo. Quasi non ci credevamo, ma proprio da noi quella legge ebbe la spinta per riprendere il cammino. Feci nascere la Banca del Tempo, tuttora in attività. Oggi, Pinerolo mi sembra in regresso: la crisi c’è dappertutto, ma la nostra città ne appare particolarmente segnata: negozi chiusi, strade dissestate.... Però culturalmente è ancora viva. Per esempio da due anni tengo un Gruppo di lettura presso la Biblioteca. Ci troviamo mensilmente per discutere di un libro scelto insieme. Ebbene, il gruppo si va allargando, il che significa interesse e partecipazione. 

Lei è moglie di Elvio Fassone, nostro autorevole collaboratore. Ci racconta qualche aneddoto della vostra vita coniugale?
Dopo cinquant’anni di matrimonio gli aneddoti sono innumerevoli. Mi piace ricordare i nostri primi anni: io insegnavo, Elvio studiava in modo pesantissimo per sostenere gli esami da magistrato. Il mio stipendio era smilzo: 54.000 lire. L’affitto era di 22.000. Non c’era posto al nido per il mio bimbo, e la donna che gli badava quando ero a scuola costava 20.000. L’avanzo era davvero esiguo. Per arrotondare, Elvio inventava rebus e sciarade per la Settimana Enigmistica, io scrivevo novelle che, se venivano accettate, costituivano un’entrata di ben 20.000 lire. Quando arrivavano questi supplementi si festeggiava...Fu un periodo durissimo, ma lo ricordiamo con grande affezione.

Per concludere, una domanda sui giovani. Trova che sul territorio si facciano politiche adeguate per creare per i giovani occasioni per il futuro?
E’ un terreno che conosco poco, anche perché in questi anni mi sono piuttosto occupata degli anziani, spesso lasciati soli e dimenticati. Mi pare che a Pinerolo, tranne la realtà delle scuole, di gruppi teatrali, di forme vive di volontariato, come quella del vostro giornale, esista ben poco. Penso però che i giovani, se hanno creatività, inventiva, voglia di impegnarsi e studiare abbiano infinite possibilità.