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Aprile 2015


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 


Un aprile che non passa

70 anni di libertà (non solo dall’invasore in divisa)

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.4 - Aprile 2015

 
Aprile 1945 - aprile 2015. Settant’anni, l’arco di una vita. Tutti gli anni celebriamo il 25 Aprile, e, per la verità, lo commemoriamo con un distacco crescente. Ma questo 70° anniversario ha un valore simbolico più intenso degli altri, perché ci obbliga a fare i conti con una realtà già ieri percepita con apprensione e oggi consacrata definitivamente: dobbiamo considerare scomparsi i testimoni diretti di quella pagina fondamentale della nostra storia. Alcuni ancora sopravvivono, e il nostro affetto li vorrebbe immortali, ma sappiamo che la realtà è quella.

Più nessuno ci racconterà quella pagina, più nessuno dirà "credetemi, perché io c’ero". Più nessuno porterà quella testimonianza disadorna ma vitale, che viene dall’avere partecipato ad un momento che ha cambiato il corso della storia. La sua e la nostra.

Forse ai giovani questa evenienza non pare così significativa, in fondo tutto scivola nell’oblio: invece è necessario riflettere su che cosa significa, per loro e per tutti, questo pericolo di essere ulteriormente privati di radici che ci può rendere ancor più spaesati, questa "memoria" confinata ormai solamente nella pancia dei computer, questo presente che lamenta la perdita del futuro e il rifiuto del passato, ma rinuncia a costruire il primo e a difendere il secondo.

La scomparsa dei testimoni della Liberazione, eccettuati pochi superstiti, obbliga noi a prenderne il posto. Non possiamo raccontare i fatti, ma possiamo far rivivere lo spirito di allora, ricostruire l’ethos collettivo che generò quei fatti. Perché la Resistenza non fu, se non per pochi, una spinta ideologica, un’azione concertata, una guerra di armati. Per la maggior parte fu un moto di ribellione contro un’intollerabilità, un sentimento di dignità offesa che rifiutò il protrarsi della bruttura. Fu una scelta radicale, compiuta da pochi, fruita da tutti. La faccia nobile della nostra esistenza di oggi.

Allora di fronte al rischio dell’oblio perché non ci sarà più chi racconta, dobbiamo guardare ai "vecchi ragazzi di ieri, che muoiono in piena gioventù" (così Luis Sepulveda), e comprendere che la Resistenza non finisce con loro, perché continua ad essere declinata in mille modi in chiave moderna.

Infatti la libertà, per cui essi si batterono, non è solamente libertà dall’invasore in divisa, ma dall’invasore mentale occulto, che ci rende succubi dell’egoismo, del calcolo, dell’idea trionfante delle "libere volpi fra libere galline". Quella perseguita allora non fu una libertà intesa come rifiuto del limite (la seduzione di oggi), ma libertà come liberazione di tutti.

E il coraggio non è solo resistere alle torture per non tradire, ma oggi assume il volto del rifiuto opposto alla corruzione, all’arrivismo, all’indifferenza verso la sofferenza sociale. Così come la solidarietà non è soltanto il proteggersi a vicenda contro il fuoco nemico, ma il distribuire con equità il carico della globalizzazione e della crisi, il sostenere chi più ne sopporta il peso brutale, il contrastare la violenza in tutte le sue forme, da quella del fanatismo a quella dello sfruttamento a quella, meno avvertita, della prepotenza nelle relazioni e del rifiuto di ogni regola per auto-affermarsi.

La Resistenza esce da quel tanto di mito di cui l’abbiamo avvolta, ma rimane come un racconto fondativo della nostra comunità. Il suo fascino è nella cantata di Calvino, per il quale "a vent’anni la vita è oltre il ponte". Il suo statuto è nell’improbabile trovarsi "scalzi, laceri, eppure felici". La sua durata, che la preserva dall’oblio, sta nell’ammonimento di Freud, "ciò che hai ereditato dal padre riconquistalo, se vuoi goderne davvero".

 

 Sabato 11 aprile, alle ore 20,45, al Teatro "Piemont" di Perosa Argentina, avrà luogo la rappresentazione di "Avevamo vent’anni", da parte dei ragazzi delle SMS del Pinerolese