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Aprile 2015

Dialogo tra generazioni

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Paola Mastrocola in L'esercito delle cose inutili

Il gusto di fare ciò che si sente

di Valentina Scaringella

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.4 - Aprile 2015

   

  Puntate il cannocchiale su di voi, per favore. Bene, e ora osservate il vostro cielo. Li vedete? Come che cosa! No, non sono astri. Sì, certo, brillano. A volte, poi, così intensamente da far quasi male. Quei punti interrogativi che costellano la nostra esistenza. Quale senso abbiamo noi? E soprattutto: noi un senso lo abbiamo?

Domande che, ne L’esercito delle cose inutili di Paola Mastrocola, si pone anche Raimond. Uno che pensa che nulla capiti per caso. Come gli incontri che si fanno lungo la propria strada. Anche quando non si sa quale strada sia. Se il suo cammino e quello di Res non si fossero incrociati, niente sarebbe infatti accaduto. Niente si sarebbe scritto di Variponti, il Paese delle cose inutili. Ah, non lo avete mai sentito nominare? Volete sapere dov’è? Beh, è un po’ ovunque. E, se non il suo nome, di certo conoscete i suoi abitanti. O, forse, persino ci abitate. Dite di no?

Non vi è mai capitato di contemplare la luna? O, fermi a un semaforo, di assistere allo spettacolo di un giocoliere? O di mettervi a raccogliere conchiglie sulla spiaggia? O di vedere qualcuno trapiantare primule o scalare una montagna? E non sapete dei libri invenduti? Non avete dei dizionari di latino e di greco lasciati in disparte? Il ricordo d’una poesia? E gli animali abbandonati? I genitori dai figli distanti? I nonni dai nipoti lontani? Li avete mai visti? Ecco. Perché questa è la storia di chi non viene o non viene più considerato utile.

Quella in cui si può riconoscere l’anziano messo in panchina, addirittura fuori da ogni fuoricampo, perché oramai impossibilitato a sostenere il ritmo del gioco a eliminazione di una società in corsa. L’adulto che vuole darsi da fare, ma il da fare purtroppo non lo ha, perché non gli è concessa a priori alcuna opportunità. Il giovane dalla passione non condivisa, a cui vien detto che ciò che conta è solo l’interesse materiale. E, tra i tanti altri, il ragazzino che quella sua personalità in evoluzione se la vede schiacciata, messa in dubbio e derisa da famiglia e compagni di scuola.

Come Guglielmo, l’amico undicenne di Raimond. Nato a Torino. Alle prese con un fratello minore e una sorella maggiore. E, oltre a dei genitori o troppo assenti o troppo ingombranti nella loro intermittente presenza, con le prime pene d’amore e un’accanita banda di bulli. In soccorso del quale accorre proprio l’apparentemente inutile. Una volta ritrovati il senso e la gioia del suo essere quel che è. Grazie a un’insolita corrispondenza: perché può capitare di ricordarsi di sé soltanto quando si è ricordati dagli altri.

Non è infatti facile sottrarsi alla vorace pattumiera della cultura dello scarto, capace di trasformare tutto e tutti in usa e getta. E allora? Diventiamo fonti rinnovabili di cambiamento, difendendo il nostro significato e quello altrui. Come Raimond. Incoraggiati dalle parole di Seneca a Lucilio (epist. 8): le cose più importanti le fa proprio chi pare non far nulla!