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Pinerolo Indialogo

Aprile 2015


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano



Intervista a Bruno Manghi

Oggi nel lavoro conta il capitale umano

di Antonio Denanni  

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N. 4 - Aprile 2015

 

      
In questi giorni il dibattito forte in città è sul Polo culturale che si vorrebe realizzare intorno alla ristrutturazione della caserma Bochard. Noi da tempo sosteniamo che il progetto e l’impegno economico ipotizzato ha senso se è un volano per il rilancio della città: cioè se crea occasioni di lavoro soprattutto per i giovani.

Parliamo di lavoro con Bruno Manghi, che nel mondo del lavoro come sindacalista e come ricercatore ci ha passato una vita.

Incominciamo dall’attualità cittadina, il Polo culturale, che idea si è fatta? È un progetto realistico o un sogno dal beneficio economico incerto?
Bisogna partire dalla decisione che si è presa di acquisire un’area molto vasta. Poiché questo è avvenuto, qualcosa bisogna fare. Deve essere un luogo attivo e non può dare quell’idea di decadenza e di vuoto che rischia di avere. La cosa importante è se nella nostra immaginazione riusciamo a inventare qualcosa per cui tra 5-10 anni in quel luogo a vario titolo (per studiare, per divertirsi, per socializzare, per lavorare...) incontriamo dei giovani. Se ragioniamo in questi termini la scelta è positiva. Però la regola dev’essere che ci sia un investimento privato, che a mio parere non è eludibile. Questo significa anche che il sistema pubblico deve offrire al privato delle agevolazioni, in modo che le attività che vi si andranno a svolgere possano mantenersi in modo autonomo. Naturalmente ci deve essere un concorso di idee che deve essere sottoposto al vaglio pubblico.

Veniamo ai grandi temi del lavoro. Il manifatturiero che ha dato lavoro e ricchezza nell’800-900 è in un declino irreversibile o ha ancora un futuro?
Il manifatturiero italiano è irrinunciabile. Noi non possiamo rinunciare al nostro saper fare di qualità, che è una nostra caratteristica italiana. Nella competizione mondiale sarà sempre questo saper fare di medio-alta qualità che ci renderà competitivi.

Quali sono oggi nel mondo le "grandi forze" che creano lavoro?
Se l’Occidente va avanti a livello economico sulla base della qualità dei suoi prodotti, il capitale umano diventa strategico. Ci vogliono persone che sanno fare, che migliorano sempre il loro saper fare e creano ricchezza anche indirettamente, perché dove si concentrano dei nuclei umani giovanili altamente qualificati automaticamente il sistema dei servizi intorno migliora, perché vi è più possibilità di spesa (sono questi lavori che in termini di quantità generano nei servizi più lavoro: l’economista italo-americano E. Moretti dice in rapporto 1 a 5).

Come valorizzare il capitale umano e cosa fare per attrarne di più in una piccola città di provincia come Pinerolo?
La ricercatrice Mazzuccato ha scritto un libro dal titolo "Lo stato innovatore" (libro fondamentale insieme a quello di E.Moretti, "La nuova geografia del lavoro") dove sostiene con una ricerca qualificata che nessuna delle novità che vi sono nella Silicon Valley o altrove sarebbero state possibili se a monte non vi fosse stato un investimento pubblico mirato e serio sul capitale umano. Nell’affermare ciò distingue tra capitale paziente e capitale impaziente. Il capitale impaziente viene impegnato per periodi corti (rientro in 5-6 anni), il capitale paziente è quello che vuole un ritorno anche molto in là nel tempo, ma vuole però che ci sia un ritorno per la società. Tutti gli investimenti nell’educazione sono capitale paziente. E senza il capitale paziente non si pongono le condizioni perché il capitale impaziente investa. Questo capitale paziente è il luogo ove la politica può agire, anche a livello locale.

Un altro elemento che crea lavoro sono le imprese che fanno innovazione...
Sì, però è sempre l’intelligenza umana che traina l’innovazione e la mette alla prova. Il capitale umano serve perché l’innovazione ha due aspetti, uno progettuale che interviene per modificare il prodotto e l’altro fattuale per gestire il processo; ma questo è possibile se il capitale umano sta dietro a queste cose.

L’artigianato di qualità può avere un ruolo nel creare lavoro e nel rilancio del territorio?
Sì, se sarà di qualità avrà un futuro in tutti i settori. La piacevole sorpresa in questi ultimi 15 anni, ad esempio, è il rilancio dell’agricoltura di qualità con l’aumento dei posti di lavoro (a Torino ci sono delle boutiques del pane!).

Gli economisti dicono che l’impresa è "qualsivoglia attività umana organizzata che soddisfa i bisogni". C’è a suo parere nel territorio qualche bisogno inevaso che potrebbe essere fonte di impresa?
Non si produce una cosa qui per soddisfare un bisogno solo locale. Questa è follia. Si produce una cosa qui per soddisfare un bisogno che c’è magari a 500 km. Ragionare su un bisogno locale per creare un’impresa è un’analisi limitata. Ci vuole sempre qualcuno che dica "mi va" e questa è una scommessa. Come dice De Rita, è l’offerta che determina la domanda! Tu offri una cosa, se viene presa vuol dire che hai indovinato, se no non hai indovinato. Il bisogno lo scopri quando offri qualcosa: è l’offerta che stana la domanda!

Veniamo ai giovani, in particolare quelli laureati. Il territorio è in grado di assicurare loro prospettive di futuro o devono per forza ragionare in termini di migrazione? Tra l’altro ha ancora senso in un mondo globalizzato parlare di "italians in fuga".
Nooo! I giovani devono andare fuori. Il futuro è la grande circolazione (ma lo è stato anche il passato). Questi sono ragionamenti stanchi e vecchi che gli adulti fanno sui giovani influenzandoli malamente. Questi ragazzi hanno già una visione planetaria. Il territorio si impoverisce se non arrivano nuovi giovani e se non si fanno bambini, non se quelli che ci sono vanno via. Naturalmente oltre che incoraggiarli, bisogna dare loro anche un minimo di preparazione.

Si parla tanto di valorizzare il capitale umano – come lei ha detto sopra -. Non trova che ci sia anche un grande spreco di capitale umano, soprattutto di giovani laureati?
Sì, concordo, c’è un grande spreco. A Torino per fare un esempio, c’è la proletarizzazione degli avvocati: un giovane avvocato guadagna meno di un metalmeccanico! Così è per altre lauree. C’è uno spreco, si fa studiare troppo a lungo, senza un impiego lavorativo corrispondente. C’è una mitologia della cultura astratta, che è antimanuale.

Ci sono i giovani disoccupati, i giovani "Neet"(non cercano lavoro e non studiano), ma ci sono in base alla nostra esperienza anche i giovani "amareggiati" o sfruttati. Cioè le aziende offrono a questi giovani del lavoro, ma a compenso zero, senza neanche la dignità di un compenso simbolico. Che cosa ne pensa?
Quando la disoccupazione è elevata è chiaro che c’è chi ci marcia, che coglie l’occasione per risparmiare. I giovani fanno bene a rifiutare questo tipo di proposte.