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Pinerolo Indialogo

Maggio 2015


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 


Un luogo dove posarsi

«Il semplice invito ad una moralità superiore non basta più»

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.5 - Maggio 2015

 
"Devono portarli via - si legge in una delle tante interviste effettuate quando scoppiano disordini che coinvolgono degli immigrati - qui non ci possono stare. Saranno anche dei disperati, ma il nostro è un territorio piccolo, che non ce la fa ad accogliere tutta quella gente".

Sono in molti a dirlo, con esasperazione crescente, talvolta giustificata. Ma c’è un controcanto che mette a tacere anche le urla scomposte. Il controcanto sono i volti disfatti ed impauriti dei migranti sui barconi, di quelli che sopravvivono alla strage del "mare nostro" diventato fossa comune. E’ l’involucro di sofferenza che sembra avvolgere il mondo come una maledizione invincibile, i naufraghi, ma anche il Nepal, le guerre, la fame, la desertificazione della terra, gli odi religiosi, le crudeltà e tutte le invenzioni della banalità del male.

Si scontrano così due impossibilità: quella di fermare con la forza una marea ingovernabile, e quella di addomesticarla con un semplice aumento della pietà. Le grandi migrazioni della storia non sono mai state impedite dai muri o dagli eserciti, perché il motore che le spinge è più potente di ogni altra forza. Ma d’altra parte la pura e semplice accoglienza illimitata è destinata a generare tensioni sociali pericolose e alla fine sanguinose, poiché i grandi flussi migratori di oggi non si dirigono più verso spazi pressoché vuoti, ma verso aree densamente popolate e con forti problemi interni di autosostentamento. E la solidarietà va predicata e richiesta, ma si regge finché esiste coesione sociale. Se la marea sommerge la terra di approdo, questa non può più nutrire né chi ci viveva né chi ci arriva.

Il semplice invito ad una moralità superiore non basta più. Rimane indispensabile, ma deve essere affiancato da altro. Questo "altro" si sta dipanando faticosamente, tra le mediazioni estenuanti della politica e degli egoismi nazionali; e si traduce nel contrastare le cause degli esodi e nel distribuire i pesi dell’accoglienza.

I migranti affrontano le sofferenze che sappiamo perché premuti da pericoli ancora maggiori, guerre, stragi, violenze. E quelle guerre hanno luogo perché qualcuno le alimenta con armi, danaro, istruttori, sostegno ideologico e altro. Occorre che le democrazie occidentali si risolvano ad usare tutti gli strumenti politici, diplomatici, economici, religiosi e di comunicazione, per fermare gli artefici occulti o palesi delle violenze: senza escludere un simmetrico intervento di sostegno anche militare, per agevolare una difesa degli oppressi, nei casi in cui ciò è possibile perché una resistenza può essere attuata.

Accanto a questo bisogna rivedere i filtri all’ingresso, collocandoli non più solo nel Paesi di approdo dei migranti, ma in quelli di partenza. A poco servirà un’improbabile azione di forza a danno delle imbarcazioni, molto di più un insediamento di uffici della comunità internazionale sulle coste dei Paesi di imbarco, per verificare la fondatezza della richiesta di asilo, respingendo coloro che non hanno titolo, e assicurando l’incolumità nel viaggio a quelli che l’hanno. Avvertendo che non ci sono solo le guerre, ma anche la desertificazione dei luoghi, la denutrizione, la fame e l’assenza di cure. La grande differenza di reddito tra il nord e il sud del pianeta ci obbliga a rivedere la distribuzione delle risorse, uscendo dalla logica dell’elemosina, dello 0,4% del PIL, ed entrando in quella della vera cooperazione internazionale.

La seconda direttrice non può che fare appello ad un supplemento d’anima dei Paesi di accoglienza. Dovrà essere modificata la clausola della Convenzione di Dublino che fa carico al solo Paese di primo sbarco il compito di farsi carico dell’accoglienza, poiché il peso, per essere sopportato, deve essere distribuito sulla totalità dei Paesi dell’Unione europea.

Ma dovrà essere modificato anche l’atteggiamento dell’anima. Perché ormai, accanto ai tanti stravolgimenti che ci fanno sentire smarriti, c’è un altro fenomeno destinato a sconvolgere la nostra esistenza: il rimescolamento dei popoli, la perdita del possessivo "mio" applicato ad un territorio. E’ duro accettarlo, ma il diritto ad un luogo nel quale posarsi è più profondo di ogni altro argomento. E’ il luogo-mito di Rilke: "Io ho dimora fra giorno e sogno, / ove dopo le corse ai bimbi viene sonno, / là dove i vecchi si mettono a cena, / le stufe scottano e rischiarano la stanza".