Pinerolo Indialogo

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Pinerolo Indialogo Maggio 2015

Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 


Musica emergente

PETa


di Isidoro Concas

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.5 - Maggio 2015

 

 PETa è un progetto EDM di Alessandro Pe-tacca che mescola elementi di dubstep, glitch, drum n’ bass e downtempo.

Ale, tu studi chimica, e molte delle tue tracce hanno titoli che si riferiscono ad essa (citandone giusto alcuni, Chemical Reaction, GalvaniCell, Clostridium, Carbon, Materia). C’è un legame? Da cos’altro trai ispirazione nel comporre?
Sì, nelle mie tracce c’è un legame tra composizione, arrangiamento e titolo. Un esempio potrebbe essere Clostridium, genere di bacillo che provoca il tetano, del quale ho cercato di far sentire gli spasmi a partire dal drop. Solitamente traggo ispirazione dai comportamenti dei vari agenti chimici o biologici, oppure da concetti astratti come i sentimenti, cerco di immaginarmi una scena, come un film, e farci una strumentale sopra, e la maggior parte delle scene viene girata in un laboratorio.

La musica elettronica è un territorio vastissimo e senza troppe regole, dominato da autodidatti: quali sono le cose che hai imparato, e che trovi più utili? Quali le maggiori differenze con la musica "canonica", quali le possibili fusioni?
Sì, la musica elettronica è un territorio vastissimo, ma, a mio parere, con determinati dettami. Un pezzo che musicalmente risulta un fia-sco totale non può essere definito sperimentale, c’è bisogno del giusto equilibrio, nella musica elettronica così come in quella canonica. Questa cosa potrei ripeterla all’infinito. Per equilibrio intendo la posizione degli strumenti, il loro volume, l’arrangiamento: con la giusta "dose" anche il peggiore dei rumori può diventare musica. Ho imparato molte cose guardando tutorial su internet, leggendo letterature inerenti, studiando l’elettronica in modo scientifico e, al riguardo, spesse volte sento molti produttori amatoriali come me dire "ho saturato i bassi" senza sapere, elettronicamente parlando, cosa significhi saturare un segnale, rischiando addirittura di rovinare le proprie tracce. Le uniche cose che trovo utili sono i 10 anni da chitarrista che mi porto dietro, che mi rendono molto più semplice la composizione e l’arrangiamento dei brani. Credo che saper suonare anche solo di-scretamente uno strumento musicale organico renda più semplice e gratificante l’utilizzo di un sequencer. Detto ciò credo che di fusioni ce ne siano state e ce ne saranno molte ancora, d’altronde "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma", no?

Molti produttori creano featuring insieme a cantanti, per avere a disposizione lo strumento più difficilmente sintetizzabile, ovvero la voce. Hai mai pensato a collaborazioni di questo – od altro – genere? Quali saranno i tuoi prossimi progetti?
La voce può sì essere uno strumento
difficilmente sintetizzabile, ma può essere anche limitante. Tutto dipende dall’intenzione di un brano! Certe volte mi comunica di più un Bolero di Ravel anziché un brano pop odierno. Ogni strumento ha una voce in sé e le proprie cose da dire.
In ogni caso in questo periodo sto collaborando con un cantante nonché socio in un duo elettronico. Tengo ancora tutto in basso profilo perché stiamo per firmare un contratto con un’etichetta e preferisco tenere le cose per me, un po’ per scaramanzia, un po’ per fare sorpresa. Ora la mia produzione si intensificherà e devo iniziare a considerare ogni sfaccettatura della cultura musicale occidentale per creare qualcosa di innovativo, cercando sempre di non discostarmi troppo da un determinato format. Mi piace pensare ai miei prossimi progetti come una sfida, non competizione, quindi mi impe-gnerò a superare me stesso in ogni pezzo come ho sempre cercato di fare e magari arrivare a poter dire un giorno "questo è un capolavoro", proprio come tutta la musica classica che ascolto quotidianamente.