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Pinerolo Indialogo

Maggio 2015


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano



Intervista a Giuseppe Pichetto

Industriale torinese con un periodo della sua infanzia nel Pinerolese
«
A Pinerolo c'è una stanchezza del ceto dirigente... Vi è anche una colpevole inattività»

di Antonio Denanni  

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N. 5 - Maggio 2015

 

  
  Giuseppe Pichetto, classe 1937, è figura nota nel mondo economico-industriale del Torinese e non solo: è stato presidente dell’Unione Industriale di Torino, della Camera di Commercio di Torino, dell’Unioncamere e riconfermato della Camera Arbitrale del Piemonte, oltre ad aver ricoperto numerosi altri incarichi. Meno noto è il fatto che Giuseppe Pichetto ha vissuto un pezzo della sua infanzia nel Pinerolese, a Torre Pellice, dove ora è ritornato con la ripubblicazione del libro "Corografia della città e provincia di Pinerolo". Lo incontriamo.

Incominciamo con una nota personale su Giuseppe Pichetto e il Pinerolese.
Quano ero piccolo la mia famiglia, con zii e cugini, andava in vacanza in val Pellice, a Luserna dove c’era l’hotel Villa Olanda. Mio padre era diventato anche amico della famiglia Susan di Torre Pellice, in località Condrè (dietro l’Hotel Du Parc) dove aveva comprato una casa. Scoppiata la guerra, nel ‘40/41 ci siamo trasferiti a Torre Pellice. Mio padre continuava a lavorare a Torino e in modo avventuroso viaggiava avanti e indietro. A Torre Pellice ho vissuto la mia infanzia, che è esplosa in tutta la sua vivacità, vivendo in un ambiente sano di montagna, molto stimolante anche culturalmente. All’asilo e alle elementari ero l’unico bambino cattolico in mezzo a 26 bambini valdesi, con i quali ho coltivato una grande amicizia. Poi finisce la guerra, e con la famiglia ritorno a Torino, ma ho ancora mantenuto il collegamento con Torre Pellice come luogo di vacanza, da dove mi spostavo sovente in bicicletta fino a Pinerolo. Da giovane industriale ho ancora frequentato Pinerolo per via dell’amicizia con altri giovani industriali. Insomma con Pinerolo ho avuto una certa familiarità.

È qui che nasce allora la decisione di pubblicare la Corografia…
Sì certo, questo legame giovanile, il possesso di questo vecchio libro pressoché introvabile, poi il contatto recente con l’arch. Agostino Magnaghi per il concorso di idee per la ristrutturazione dell’ex-merlettificio Türck sono stati gli elementi che mi hanno spinto a ripubblicare questo antico libro.

Come era la Pinerolo di allora?
Era una città occupata dai francesi, che subiva l’influsso della cultura francese, quindi sottomessa. Però era una città e un territorio molto vivi a livello industriale ed agricolo.

E la Pinerolo di oggi? Come vede questa nostra città?
Fino a 10 anni fa era una città normale, viva, attiva, come io l’ho vista anche da bambino; oggi la vedo in decadenza come altre realtà, forse anche di più. Ha perso troppe opportunità, anche per ignavia (lasciarsi rubare la roba - il Tribunale - sotto il naso…), oltre che per mancanza di collegamenti e relazioni.

Ci parla del Centro Studi Piemontesi di cui è presidente?
Da presidente dei giovani industriali piemontesi in occasione del centenario di Italia61 mi sono trovato a collaborare con il prof. Renzo Gandolfo, fondatore del Centro Studi Piemontesi, per realizzare le celebrazioni del centenario. Da lì è rimasto il legame con il Centro e dopo il prof. Gandolfo, a tutt’oggi sono ormai 19 anni, sono presidente. Con le sue attività il Centro Studi Piemontesi si propone di ridare vigore e dignità alla cultura regionale, studiata e vissuta in chiave europea e internazionale. Attraverso pubblicazioni, convegni ed altro si prefigge di promuovere lo studio della vita e della cultura piemontese.

A Pinerolo si sta discutendo in questo periodo di creare un polo culturale. Ricordo che a uno dei primi dibattiti in biblioteca anche lei era presente. Che idea si è fatto?
Bisogna che venga incaricata una persona giovane, qualificata, di valore (il capitale umano!) che segua questo progetto, che cerchi di mettere insieme le energie. Fare rete dev’essere l’impegno, ognuno dica la sua e poi si parta tutti insieme. Bisogna puntare sui giovani prima che scappino. Torino-Pinerolo deve essere un unico asse, un’unica linea metropolitana, dove si va e si viene: il collegamento ferroviario veloce è fondamentale.

Lei per lungo tempo ha ricoperto la carica di presidente dell’Unione Industriale. Una domanda sul tema è d’obbligo. Qual è la situazione industriale nel Pinerolese? Quali sono le sue potenzialità?
Domanda difficile. Se parlassi per il polo di Ivrea sarebbe più facile dare una risposta. Qui invece molte delle attività produttive legate alla manifattura sono andate via 30 anni fa. Trovare una vocazione del territorio è difficile. Direi che innazitutto bisogna non farsi portare via quello che c’è anzi bisogna puntare ad incrementarlo (ad esempio l’industria dolciaria) e poi bisogna trovare occasioni di investimento sul posto. Bisogna invogliare gli industriali a venire, con delle agevolazioni, con una burocrazia non oppressiva, ma che aiuta. I soldi ci sono, nessuno vuole andare a Torino per via della microcriminalità e simili: la civiltà del luogo e l’appeal del luogo aiutano molto. Il Pinerolese sarebbe un luogo ideale per investimenti stranieri se si riuscisse a creare le condizioni favorevoli.

Nell’introduzione alla Corografia lei parla dell’effervescenza culturale di questo territorio, un’effervescenza che non ha la forza di andare oltre la realtà locale. Non è un po’ questo indice di chiusura e di provincialismo?
Pinerolo non è provinciale. E’ un po’ chiusa sì, un po’ locale pure. Riporto un esempio che conosco, quello della Mustad (svedese) che aveva investito a suo tempo a Pinerolo e a Balangero; quando in seguito ha deciso di ampliarsi ha puntato tutto su Balangero, perché a Pinerolo non si sono mossi. Perché Pinerolo non ha convinto la Mustad a potenziare Pinerolo? Bastava una piccola azione per sviluppare Pinerolo e non Balangero. Quindi più che provinciale, direi che a Pinerolo vi è una stanchezza del ceto dirigente, della borghesia, vi è una colpevole inattività. Non basta svegliarsi e protestare quando si è colpiti, bisogna fare anche qualcosa al momento giusto. L’effervescenza culturale c’è, quella economica meno.

Ritorniamo al libro da cui siamo partiti. A questa opera ne seguiranno altre? Ci può fare qualche anticipo?
Una pubblicazione no, ma discussioni sul Pinerolese sì.