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Giugno 2015

Dialogo tra generazioni

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Stefano Benni, Cari mostri

Uno spaventatroce terrore

di Valentina Scaringella

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.6 - Giugno 2015

   

  A camminar col naso per aria, certo, si può anche inciampare o, alla peggio, finir sotto un tram, contro un palo, dentro una buca, sopra qualche bisognino. A starsene con lo sguardo fisso a terra, però, ci si perde il cielo e quel che dall’alto viene. "Nessuno riuscì a vedere la piuma perché nessuno aveva tempo a sufficienza per alzare gli occhi al cielo e riuscire anche solo a guardarla", scrive il compianto Giorgio Faletti in quell’eterea favola dalla morale non moralista ch’è La piuma.

V’è infatti chi a volare non pensa neppure e v’è chi, tentando il volo, si libra o troppo in basso o troppo in alto, sino alla rovina, come Icaro. Per le sue erronee ambizioni. E, novello prigioniero della caverna platonica, con negli occhi nient’altro che le false immagini che gli stanno dinanzi. A esse incatenato da un’inestinguibile sete di dominio e di denaro, destinata a farlo precipitare nel fondo più fondo del pozzo del suo Io vuotatosi. Pozzo da cui gli unici a risalire sono i suoi mostri.

I Cari mostri di Stefano Benni, che, in 25 racconti, provocano nel lettore lo "spaventatroce terrore" di conio autoriale. Perché, più di ogni orrore frutto di fantasia, a far allibire sono certe realtà: il primordiale istinto di sopraffazione ch’è capace di celarsi sotto una presunta normalità; la connettività quale unico fattore di riconoscimento dell’esistenza d’un individuo; l’assenza di qualsivoglia freno nella ricerca della soddisfazione dei propri desideri; l’innocenza che si è disposti a consumare per consumistico consumo; l’attrattiva esercitata da una cultura e da un sesso depauperati dalla loro digitalizzazione; l’umanità perduta nello svolgimento del proprio ufficio; la spietatezza dell’intolleranza; la rassegnazione dei passi che si susseguono a vuoto verso il vuoto; l’algida capacità di sfruttamento dell’altro e delle apparenze; l’irridente incomprensione del valore della memoria; lo spregio con sfregio dell’ambiente; il sanguigno profitto dell’uomo che arma l’uomo.

Mostri combattuti da un’ironia dalle molteplici sfumature. A tratti davvero esilarante, come nella per così dire esopica caratterizzazione umana del mondo animale. Ironia che molto ha in comune con quella dei noti episodi de I mostri, I nuovi mostri e I mostri oggi. In cui si ritrovano altre, eppur così analoghe, mostruosità. Sicché rimane ancor più impresso quel che si dice degli uomini in uno dei racconti: "Non cambierete, ma dovrete guardare dentro il vostro cuore spietato".

Nel cambiamento, però, si ha il dovere di credere. Perché credervi è il presupposto per compierlo. "Forse anche voi un giorno lo incontrerete", si dice d’uno strano essere che, per far ritrovare il cammino a chi l’ha perduto, si mette a brillare, ma nel farlo muore. Beh, l’impegno che dovrebbe scaturire da questa lettura dovrebbe essere quello di far sì che la frase possa trasformarsi in "Ma voi non lo incontrerete mai". Perché alle storie si può cambiar finale. Se le si scrive con una piuma.