Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



Pinerolo Indialogo

Settembre 2015


Dialogo tra generazioni
 
Home Page :: Indietro

 Lettere al giornale 

 


Un supplemento d'anima

In un'epoca di sconvolgimento radicale dei nostri modi di pensare e di vivere

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.9 - Settembre 2015

 
 
  Sono molti i fotogrammi rimasti impressi nella memoria alla fine di questa estate tumultuosa: il pensionato greco accasciato a terra piangente accanto al bancomat che gli rifiuta anche i suoi pochi spiccioli necessari per procurarsi il cibo; i cadaveri dei migranti che galleggiano sul mare o emergono asfissiati dalle stive; il caldo opprimente di un’estate torrida e i ghiacciai che si liquefanno; il colosso cinese che si sgretola in una settimana di delirio borsistico; le cento e cento esplosioni di follia omicida alimentate da deliri fanatici o narcisistici; i morti sul lavoro causati non più dalla poca sicurezza, ma dalla troppa fatica di una schiavitù modello duemila; la barbara fine del custode di Palmira e lo scempio dei tesori della storia; e cento altri.

Sono immagini che hanno un tratto in comune: lo sconvolgimento radicale dei nostri modi di pensare e di vivere, l’emersione di forze telluriche non governabili, quelle della natura e quelle della bestialità recondita degli uomini. Generano lo stupore di un mondo uscito dai cardini, della caduta del minimo etico, di una atonia senza fine come unica difesa contro la scomparsa di qualsiasi ordine o progetto.

Eppure è necessario reagire con uno stupore di segno opposto, che mobiliti energie spirituali anziché soffocarle: a che punto di sordità e di cecità siamo giunti se si acconsente alle migliaia di morti nel mare come ad una ineluttabile fatalità; se anche ad una donna italiana (non africana, ma pugliese: è ignobile rilevarlo, quasi che la morte di una senegalese valesse di meno: ma forse almeno questa vergogna indigena può scuotere un po’ di più, perché la schiavitù ormai lambisce anche le nostre scarpe) può toccare di alzarsi ogni giorno prima delle tre per fare sei ore di viaggio e altre dieci sotto il sole nei campi, per un salario di fame, taglieggiato dal caporalato in versione duemila.

Quale mutazione antropologica sta avvenendo senza che ce ne rendiamo conto, se gli spettatori di questi film dell’orrore continuano a smanettare idiozie sugli smartphone, anziché urlare sui social che non ci muoveremo dalle piazze sino a che non vedremo triplicare gli ispettori del lavoro e centuplicare gli arresti dei caporali schiavisti; sino a che non si provvederà a quadruplicare gli stanziamenti per rendere sicuri i trasferimenti degli asilanti per mare o per terra, e si cancellerà quel vergognoso 0,7% del PIL, che rappresenta il nostro indennizzo (e neppur quello adempiuto realmente) ai Paesi sottosviluppati, a risarcimento delle predazioni secolari.

Eppure più giganteggia l’industria del panico e delle prospettive apocalittiche, e più essa dovrebbe generare naturalmente l’unico rimedio razionale, quello di un supplemento d’anima a colmare il deficit di razionalità in tutto quanto sta accadendo. Il mondo non è uscito dai cardini, si limita a presentare il conto degli abusi perpetrati, a ricordarci che non potremo continuare a vivere come l’insania ci ha abituati a fare, né continuare a concepire la nostra piccola opulenza sprecona come un diritto acquisito o uno status naturale.

In fondo alla filiera del caporalato che uccide c’è la nostra libidine di pagare i pomodori uno o due euro al chilo; sullo sfondo degli uragani e delle pazzie climatiche ci sono i nostri condizionatori; dietro i barconi che affondano o le siepi di filo spinato c’è la nostra resistenza a stanziare le briciole di un benessere ottuso per fare quello che persino il Pontefice ha indicato come medicina possibile: restituire ai migranti la fondamentale libertà di vivere nei luoghi dai quali sono costretti a fuggire. Non nella versione torva di Salvini, che sa di pretesto per sbarrare l’approdo alla vita da noi; ma nella declinazione umanitaria del creare libere comunità da insediare in aggregati che esse stesse avranno costruito e amministrato, con l’aiuto di volontari, di risorse, di servizi e di educazione, nei luoghi dove ora regna la violenza e la sopraffazione che in tal modo dovrà essere estirpata.

Un supplemento d’anima, appunto. Ma l’abbiamo ancora, un’anima?