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Pinerolo Indialogo Novembre 2016

Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 


Musica emergente

Guglielmo S.Diana


di Isidoro Concas

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.11 - Novembre 2016

 
 Guglielmo S. Diana è un progetto solista di musica elettronica a cavallo tra glitch, dark ambient, vaporwave e musica sperimentale. Guglielmo è attivo con questo progetto dal 2013. È in uscita il suo quarto album, 49.

Guglielmo, dalle tre anticipazioni che hai rilasciato su Soundcloud sembra che in questo album faccia comparsa la parola cantata, mentre in quel che per ora hai pubblicato la parola, se presente, era recitata. Quale valore dai al testo, all’interno di un brano?
Grazie dello spazio concesso. La parola intonata non è del tutto una novità nei miei progetti; nei primordi della mia crescita musicale avevo tirato su un progetto di Gypsy Punk dal nome Mag-Nadyne dove i testi ricoprivano senz’altro un ruolo più che importante. Riguardando quel progetto ricordo che avevo scritto dei testi niente male tutto sommato. Non saprei dire se mi esprimo meglio nelle musiche strumentali o in quelle cantate, senz’altro la musica strumentale mi affascina di più e apparentemente mi riesce meglio; appena però comincio a scrivere un testo e a trovare gli incastri che mi sembrano più "poetici", riscopro nel testo un potenziale musicale diverso da quelli strumentali, non è meglio o peggio, è diverso. La parola oltre ad un significato esterno, quello della comprensione, presenta anche un’animo intraducibile che può solo essere ascoltato e non raccontato, il Potenziale Timbrico. Quante volte ci capita di ascoltare una canzone in un’altra lingua o, perché no, anche nella nostra madre lingua senza comprenderne il significato? Forse non ci importa neanche, siamo estasiati comunque dal suo potenziale timbrico, ci basta quello. La stessa cosa accade andando in un museo; lo si può visitare da "ignorante", da esperto che si è letto di tutto sul tema o come divoratore di bugiardini in itinere. Le esperienze sono tutte diverse e nessuna è meglio dell’altra, io ad esempio preferisco una fruizione "ignorante/autointerpretativa" all’inizio, seguita poi da una ricerca successiva e da una seconda fruizione. Dacchè abbiamo a che fare col Bel Canto c’è sempre stata un’eterna lotta tra "parola al servizio del suono" e "suono al servizio della parola"; personalmente ritengo che non ci sia una subordinazione delle parti, preferisco una giusta coesione, come nel Gregoriano o nei lied di Schubert.

Tu stesso hai dichiarato di avere molti progetti in cantiere, molto diversi tra loro. Cosa possiamo aspettarci da questo disco, 49? Di che parlerà?
Questo sarà un disco "Contemporaneo", infatti mi sono lasciato fortemente ispirare dalla corrente Vaporwave creatasi agli inizi di questi nuovi anni 10. Sostanzialmente saranno delle canzoni, nel vero e proprio senso del termine. Ho dato molta voce in capitolo alle parole come già precedentemente detto. Le tematiche trattate saranno inerenti ad un periodo della mia vita, visto da un punto di vista odierno, in cui prendevo la linea bus 49 piuttosto spesso. Canzoni d’amore, canzoni introspettive, odi alla noia o più semplicemente canzoni per star bene.

Nelle tue produzioni sono presenti sia timbri puramente elettronici che campionamenti di strumenti. Quando nasce un pezzo, come consideri la questione timbrica? Ora che la registrazione e la postproduzione si sono così tanto evolute, ha ancora senso parlare di musica elettronica?
Domanda azzeccatissima, per quanto mi riguarda infatti il fattore timbrico è centrale in una composizione. Non riesco personalmente ad interessarmi ad un’opera se questa non ha dei timbri che mi attraggano, ma penso che sia così quasi per tutti. Penso che i virtuosismi tecnico/melodici fini a se stessi siano alquanto superati ad oggi, sono le differenze l’elemento centrale nella musica, l’avevano capito elementi come Stravinskij, Eric Dolphy e mille altri. Il timbro può essere studiato, come per gli Spettralisti o può venire per caso come per un Brian Eno, gran sostenitore dei preset dei synth, che logora uno strumento fino alla fine. Perché il timbro lo puoi governare, modellare o semplicemente trovarlo adatto dal primo momento; la postproduzione è diventata un vero e proprio strumento musicale se ci pensi. Io posso stretchare, tagliare, sovrapporre, trasformare una chitarra in un violino che parla in ungherese. I mezzi ci sono e possono essere utilizzati, ma non per forza devono esserlo. Certo che si può ancora parlare di musica elettronica o di musica acusmatica, come sì può parlare di Jazz o di Folk, questi sono macrotermini; ogni filosofia, ignorando puristi e conservatori che vorrebbero dormire nelle proprie in-certezze, si può fondere con l’altra ed è allora che ci troviamo in una difficoltà di definizione. Penso che la cosa più bella ad oggi sia proprio l’indefinibilità di certe musiche, ci stiamo sempre più avvicinando alla musica "pura" o forse, e meno male, non la raggiungeremo mai, questo mi dà certezza che le cose non siano già state dette tutte.

Questo progetto è nato, se non sbaglio, sonorizzando cortometraggi e spettacoli teatrali. Nel progetto Blucordero segui un pittore. Che ruolo ha la descrittività nei tuoi brani?
La musica come tutti gli altri linguaggi è fatta per raccontare. Racconta anche quando non è a programma, perché la fruizione è un fattore legato alla nostra cultura. "Ognuno vede ciò che sa" diceva Munari ed in questo credo molto. Sì è descrittivi perché ognuno ha un proprio bagaglio culturale imprescindibile, al quale non si sfugge. Io mi baso su ciò che vivo in un determinato momento; in questo caso era il ricordo e il contesto descritto dalla vita di provincia, dagli spostamenti sui mezzi pubblici necessari qualora avessi deciso di non usare un mezzo proprio. Tendenzialmente collego tutto ad un’esperienza extrasensoriale.

Per cosa sta la S. del tuo nome?
In origine sotto pseudonimo Sado avevo pubblicato un concept album a puntate dal nome Ecce Sado. Ho raccontato la nascita di questo alter-ego che mi permette di compiere l’azione più folle nel momento che lo richiede. Sado è tale perché dà senza che nessuno gli chieda niente. Mi sono trovato in mano due pagine: una su SoundCloud come Guglielmo Diana ed una di Bandcamp come Sado. Ho lottato per un periodo tra queste due personalità ed alla fine, senza scacciare nè l’uno nè l’altro, ho optato per una coesistenza pacifica. E così eccomi come Guglielmo S. Diana o anche GSD nei momenti più svogliati. Ho bisogno ancora che Sado mi salvi nei momenti che lo richiedono, a volte è faticoso, ma in una relazione stabile si fa questo ed altro.

Infine: la parte grafica, i testi con cui presenti le diverse novità sui social, tutto è da te creato e con un tuo linguaggio specifico. Quanto e come credi che questi altri aspetti contribuiscano ad un’unità dell’opera?
L’opera di ogni artista è basata sulla coerenza. Tutte le correnti artistiche hanno le proprie filosofie che portano a fare determinate scelte stilistiche. Ne è un esempio il Futurismo o la più recente Vaporwave, che si pone innanzitutto come una non-innovazione basata sull’Estetica; è tutto coerente in essa, non esisterebbe se non fosse così completa di immagini e suoni. Le stesse parole tabulate al computer sono esteticamente coerenti: spazi, underscores, codici e estensioni dei files tipo .wav o .tif fanno parte dell’opera stessa. Ciò che rende veramente importante questa corrente è la sua coscienza di dover finire o implodere in sé stessa. Nel non voler essere innovativa lo è diventata, o forse è il contrario, questo determina la sua bellezza. Oggi quasi tutto è basato su internet, a ventun’anni sto per pubblicare il mio quarto album, cosa che una volta sarebbe stata impossibile. Considerando che scrivo, progetto, registro e mixo tutto nel mio project studio, direi che di passi avanti se ne sono fatti. Internet mi permette di pubblicare in uno scrigno, un dimenticatoio, un contenitore che verrà forse ritrovato da un qualche nerd, se ho fortuna. Non so quanto il mondo abbia bisogno di questo, ma io ne ho bisogno e questo mi basta per fare le cose. Le pubblico, le concedo, le metto in free download e non lo ritengo sbagliato. Il mercato dei dischi va rivisitato. Thriller resterà il disco fisico più venduto di tutti i tempi e dovremmo farcene una ragione. Io compro ancora i CD perché sono un feticista, noi tutti lo siamo. Hanno trasformato forse una passione artistica in una forma di feticismo. Mi piacerebbe molto veder stampato un mio disco un giorno, fino ad allora sarò felice e in pace con me stesso. Molti potranno storcere il naso sapendo che faccio tutto da solo: "rubo il mestiere a chi lo sa fare meglio", forse, ma ho voluto farlo ed ho studiato per questo, penso che ciò mi permetta di avere un totale controllo sulla mia coerenza. Sono una persona a-normale come tutti e come tale ragiono.