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Pinerolo Indialogo Dicembre 2016

Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 


Musica emergente

Andrea Cubeddu, bluesman


di Isidoro Concas

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.12 - Dicembre 2016

 

Andrea Cubeddu è un bluesman, canta e suona la chitarra. Interpreta classici dell’Hill Country e del Delta Blues, oltre a pezzi originali, alcuni dei quali raccolti nel suo primo EP, On The Street, uscito nel 2016.

Andrea, il blues nasce dalle strade ed è lì che spesso vai per suonare. Qual è, e com’è, la tua vita da busker?
È una scelta che nasce come sfida. Prima di allora, non avevo mai suonato da solo, nè cantato, quindi è stato un po’ un mettermi alla prova, testare se avevo la determinazione sufficiente per intraprendere la via del musicista. E’ stato difficile le prime volte, ma con il tempo sono riuscito a ottenere i risultati che desideravo. Diciamo che suonare per strada è un primo passo, la gavetta nel mondo di chi vuole cantare storie e farsi ascoltare.

Per approfondire la tua conoscenza, hai fatto un viaggio fino a Chicago. Cos’hai vissuto in quest’esperienza?
Il viaggio a Chicago è stato un’illuminazione. Ho potuto partecipare attivamente al Chicago Blues Festival, suonando in compagnia di musicisti provenienti da tutto il mondo. Vedere in prima persona come si fa il blues e soprattutto con che naturalezza e spontaneità lo si suona, è stato una benedizione, mi ha permesso di scrollarmi di dosso parte delle paure che mi impedivano di essere me stesso mentre sono sul palco.

Quali sono le differenze che hai trovato tra l’Italia e l’America? Più ampiamente, come trovi la scena blues italiana?
Le differenze, a mio parere, sono solo a livello di pubblico uditorio. I musicisti italiani non hanno nulla da dover invidiare a quelli americani, sempre per quanto riguarda il blues. Il discorso è più legato a chi ascolta: io stesso, sebbene alle prime armi, sono stato accolto calorosamente dal pubblico americano. In Italia manca parte del pubblico, quello dei giovani, dei ragazzi della mia età, fino ai 30-40 anni, ed è spesso limitato dalla scarsa conoscenza dell’inglese. Il blues è un canale di comunicazione, un mezzo per poter raccontare determinate storie, esperienze passate, aspirazioni future, amori e delusioni. Se viene a mancare la conoscenza dell’inglese, cosa resta? 12 battute e un paio di assoli?

Gli argomenti, nel blues, sono abbastanza standardizzati. Come ti nasce il desiderio di scrivere qualcosa di tuo, in che modo hai scritto e sviluppato i pezzi del tuo On The Street?
I miei brani nascono dalle esperienze vissute in Sardegna. La Barbagia, la parte più interna dell’isola, è molto simile alle zone del delta del Mississippi a livello di cultura e costumi. Quindi, mi sembrava giusto lamentarmi di una donna che sta con un uomo che la maltratta, di un vicino di casa che risolve una disputa imbracciando un’arma, o raccontare della lontananza dall’alma mater, del dolore dei sardi che lasciano alle spalle la propria terra e la propria famiglia alla ricerca dei propri sogni.

Trasferirsi in una città come Milano è una ottima scelta per buttarsi a capofitto dentro alla musica. Quali saranno i tuoi prossimi passi?
Non so, ho varie idee per il futuro. Sicuramente, produrre un disco. L’EP è una bozza, una sorta di volume 0. Ho registrato quei brani su richiesta del pubblico della strada. Erano in tanti a chiedermi un ricordo di quando avevano sentito un ragazzo suonare blues nelle strade di Milano. Il disco sarà qualcosa di più, conterrà sia i brani dell’EP, ovviamente riregistrati, e altri brani attualmente in corso d’opera. Il contenuto sarà comunque autobiografico, come lo è stato per l’EP, lo sarà per il disco. Chi fa blues racconta storie, mette le proprie esperienze alla portata di tutti, si mette in gioco in ogni pezzo che suona. Per me questo è fare musica, fare la mia musica.