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Pinerolo Indialogo

Gennaio 2016

Dialogo tra generazioni

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 Viaggiare


Ancora nelle terre dei maya

Tra il Chiapas e lo Yucatan

di Mauro Beccaria e Angelica Pons

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.1 - Gennaio 2016

   

I riti sono scanditi da gesti e parole, perché abbiamo bisogno di vedere e di udire per far sì che il sacro trovi spazio in noi, limitati nelle due categorie dello spazio e del tempo.
Prima di Natale mio marito Mauro è rientrato da un viaggio effettuato proprio nei giorni in cui i messicani festeggiano la loro Santa patrona, di cui conservano la sacra effigie a Città del Messico, sulla collina di Guadalupe.
Pensando poi di visitare le rovine maya ha percorso coi bus locali il Chiapas e lo Yucatan.
I maya vi si insediarono oltre 3mila anni fa, anche se il periodo d’oro risale al 300-900 d.C.; sono i discendenti di quei popoli che migrarono dal Centro Asia alla Mongolia e poi in Nord America attraverso lo stretto di Bering, all’epoca delle glaciazioni percorribile a piedi; alcuni rimasero a nord e diedero origine agli Inuit (corrispondono ai nostri Esquimesi); altri scesero trovando clima mite, vegetazione lussureggiante e selvaggina abbondante. A S. Cristobal Mauro si è addentrato nei pueblitos, i villaggi interni, dove ha assistito a qualcosa di inatteso. Ecco il suo racconto.

«L’accoglienza dell’ospitalero è stata unica: simpatico e prodigo di informazioni, mi invoglia a visitare due comunità indigene particolari. Posato lo zaino, giro per la città, vedo il templo di Santo Domingo in barocco spagnolo; vago tra le viuzze in mezzo alla gente ed ai colori. E’ difficile fotografare le persone schive, ma porto in cuore le immagini al mercato di mamme coi bimbi, o adolescenti con le sorelline in braccio, la pelle scura e gli occhi un po’ a mandorla. I pianti, i giochi, la felicità, con pochissimo a disposizione. Anche i ragazzini cercano di racimolare qualche pesos vendendo piccole cose o cibo da strada. Molti i mendicanti. I loro volti segnati dal tempo e scavati dalla sofferenza. Davanti alla chiesa un segno di croce ed un sorriso.

Al mattino dopo mi aggrego ad un gruppo di locali per visitare San Jan Chamula, dell’etnia Tzotzil. Qui hanno luogo cerimonie particolari. E’ severamente vietato filmare, si paga un biglietto di ingresso e si assiste a processioni e riti in silenzio, in chiese buie, illuminate da centinaia di candele sul pavimento, su cui sono sparsi aghi di pino. Le candele son disposte in 9 file per indicare stadi successivi di evoluzione. I curanderos, vestiti di una tunica nera di lana grezza salmodiano una litania con il sottofondo di fisarmoniche. Alcuni bevono bevande gasate e push (liquore locale) per espellere il male attraverso forti "rutti". Alcuni recano con sé galline vive e al termine del rito tirano loro il collo per scacciare il male e sotterrarle. La chiesa è circondata da statue di molti santi, il più importante è S. Giovanni Battista; ogni statua reca uno specchio sul petto, per aprire l’anima. L’atmosfera è emotivamente forte.

Ci spostiamo a Zinacantan, un altro pueblito, dove un sacerdote officia la Messa cattolica ma in un antico dialetto derivato dalla lingua maya.

Qui siamo ospitati da una famiglia di tessitori che ci mostrano il lavoro artigianale ed offrono tortillas di mais appena fatte da accompagnare a queso, frioles, salsa mole.

Rientro al pomeriggio da un percorso antico di secoli e visito, sul belvedere, la chiesa dedicata alla Madonna, la Virgen di Guadalupe, circondata da bandierine di preghiera. Col pensiero vi lego su anche la mia».