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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2016

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


Al Teatro Sociale

Il Prezzo, ovvero che prezzo dareste alla vostra vita?

di Sara Nosenzo

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.2 - Febbraio 2016

Ogni cosa ha un prezzo, che questo sia giusto, esagerato o ridotto, è indifferente. Che prezzo dareste a un’intera vita? Questa la domanda assillante dell’intero spettacolo. La storia è semplice: due fratelli che hanno perso i contatti da diversi anni sono obbligati a disfarsi dei mobili del defunto padre poiché l’immobile verrà demolito per la costruzione di un nuovo quartiere moderno. Il denaro è il fulcro della trama: chi non ne ha abbastanza, chi l’ha perso e chi ne è ricolmo. Nel primo caso abbiamo Victor il primogenito intelligente e portato per lo studio che si è ridotto a un lavoro a stipendio ridotto e a una vita a metà per stare accanto al padre che aveva perso tutto il denaro che possedeva nella profonda crisi del 1929 negli Stati Uniti. Il fratello, Walter, ha preferito continuare a studiare fino a diventare un chirurgo di successo e limitandosi a inviare solo cinque dollari al mese alle cure del padre. Victor disprezza Walter per essersi sottratto alle cure del padre e se stesso per non sentirsi realizzato nel campo lavorativo. La moglie di Victor, il personaggio più trasparente tra i tre, funge da bilancia: cercando di ammansire il marito nei confronti del fratello figliol prodigo e di indirizzare il cognato verso una possibile riconciliazione anche a livello economico, sperando che quest’ultimo offra un ottimo impiego al marito.

In questo quadretto famigliare trova posto Umberto Orsini nel ruolo di un anziano mercante interessato a comprare il mobilio. Di grande talento e convincente come in ogni suo personaggio, in questo particolare caso è di contorno, una spinta al confronto obbligato tra i due. Il vendere, o meglio, il rinunciare a una parte della propria vita non è semplice per Victor; al contrario la moglie e il fratello Walter non sembrano patire in alcun modo il distacco con i mobili, l’unica testimonianza rimasta della loro vita con i genitori.

Sapientemente, il tempo della storia è scandito dal suo graffiante e a tratti inquietante rumore della demolizione: si sentono infatti i muri degli altri appartamenti crollare in un grido metallico. I personaggi sono vivi, reali e identificabili; questo permette al pubblico di seguire la storia come un silenzioso partecipante nell’ombra.

Ad ogni muro caduto ne corrisponde uno metaforico, sentimentale. Il velo della menzogna e dei longevi conflitti lascia il posto alle rivelazioni. Una storia intensa e ben costruita dal libro di Arthur Miller, quasi inedito in Italia, che lascia spazio all’interpretazione personale dei quattro ed unici protagonisti. Massimo Popolizio, nel ruolo di Victor, è il fulcro della storia. Un’interpretazione sentita e coinvolgente che permette al pubblico di immergersi nel dramma ed assaporarlo fino a uno spasmo finale di totale rassegnazione. Una rassegnazione mnemonica, che abbandona i vecchi pensieri, erronei, sulla famiglia che porta il protagonista ad apprezzare finalmente la famiglia più giusta per lui: quella scelta e costruita con la moglie. Uno spettacolo che vale la pena vedere. Sicuramente.