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Febbraio 2016

Dialogo tra generazioni

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 Viaggiare


Thainlandia

"Io sto con gli elefanti"

di Mauro Beccaria e Angelica Pons

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.2 - Febbraio 2016

   

Il simbolo della Thailandia è l’elefante, persino le siepi ne hanno la forma e ricorre in molte raffigurazioni sacre dedicate al culto di Ganesha, Signore del buon auspicio che si invoca prima di ogni attività; esprime anche lo stato di perfezione, simbolo di colui che ha scoperto la divinità in sè.

Figlio primogenito di Shiva e Parvati, rappresenta equilibrio, capacità discernitiva e procreazione. Secondo la tradizione ganapatya Shiva volle far visita alla sua sposa, che era intenta a fare il bagno, ma il figlio per proteggerla fermò lo sconosciuto visitatore, che, adirato, gli mozzò la testa. La madre Shakti sconvolta gli rivelò di aver decapitato il figlio, ed allora Shiva prese un elefante e… aggiustò la faccenda.

Girammo il Paese in treno e… su elefante. In una fattoria ad Ayuttaya, prima antica capitale, ricevemmo l’accoglienza straripante di tre elefantini di 5 mesi: con le loro testine rotonde e rasate, mi investirono giocando, sotto lo sguardo delle miti genitrici. Gli elefanti asiatici sono a rischio di estinzione ed in queste farm se ne preserva la specie: quelli adulti sono impiegati per i lavori pesanti: il big daddy, 30 anni, pesava 5 tonnellate e lavorava tutto il giorno in campagna, trasportando con le zanne balle di paglia; la sera si fa il bagno nello stagno, con gli animali più giovani usati per i turisti e condotti dagli addestratori a cavalcioni sul collo.

La tappa successiva fu Chang Mai, seconda capitale storica. Wat Prasat è uno dei più antichi complessi templari, dai tetti a più livelli e le pareti in legno e gesso, tipici dell’architettura del regno Lanna. Lo stupa principale contiene una reliquia del Buddha, miracolosamente "duplicata", che fu posta sul dorso di un elefante bianco libero di girovagare in attesa che si fermasse ed indicasse il luogo dove far sorgere un nuovo wat per custodire la copia. Sulla collina Doi Suthep si fermò e morì. Nel 1383 lì venne eretto il Wat Phrathat Doi Suthep, con la ripida scalinata di 300 gradini affiancata da due lunghissimi naga, serpenti sacri custodi. All’interno del Wat si trova lo stupa più venerato dell’intera Thailandia, completamente ricoperto in foglia d’oro.

Chiang Mai è famosa per la lavorazione di metalli, legno, seta e ceramica. La sua provincia si estende su 20,000 kmq nella fertile valle del fiume Ping, un mosaico di risaie.

Lungo il trek sulle montagne, scendendo dai villaggi tutti senza elettricità ma con acqua sorgiva, una mattina all’alba fummo destati da grida festose: «Arrivano gli elefanti!». La vista è anticipata dai barriti. Questi mastodonti sanno di buono, hanno un’espressione saggia. Li seguimmo a lungo, prima di salire sul loro dorso per i sentieri impervi lungo il fiume fangoso, impossibile da percorrere altrimenti. Qui non ci sono bardature colorate, solo un’imbracatura con una panchetta di ferro e legno: da lassù pare di dominare il rio. Di tanto in tanto il nostro destriero allungava la proboscide per piluccare ciuffi di arbusti spinosi puntinati di fiorellini rosa. Una grattatina col piede scalzo dietro l’orecchio e lui scuoteva il padiglione auricolare grande come una copertina.

Scesi dal pachiderma, il tratto successivo fu su zattere di bambù, ma il ricordo ancora mi commuove a distanza di anni.