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Pinerolo Indialogo

Aprile 2016


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale


La resistenza del 2000 

 


di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.4 - Aprile 2016

 
   In queste settimane di attentati e di stragi abbondano le analisi sulle possibili cause della esaltazione fanatica e crudele, che induce tanti giovani a gesti omicidi e suicidi. Si legge che in questi ragazzi - in prevalenza provenienti da ambienti sociali degradati, o comunque non integrati nel contesto - la dimensione religiosa spesso ha poca rilevanza, e se mai la religione vale a giustificare un odio violento contro la civiltà e il modo di vivere occidentale: l’Islam radicale è semplicemente "l’ultima grande narrazione antagonista capace di dare identità", anzi "l’ultima ideologia rivoluzionaria a disposizione" (Guolo). Su questa piattaforma quei giovani costruiscono a poco a poco una mentalità resistenziale che li porta a considerare il contesto come oppressivo ed emarginante, e sè medesimi come partigiani di una guerra asimmetrica e perciò nobile, sanguinosa e perciò eroica.

In una terra resistenziale come è stata la nostra il pensiero corre ad altre situazioni passate (le centinaia di giovani caduti sotto il fuoco di un occupante spietato) che hanno ben diversamente legittimato l’impiego della parola; e, a rovescio, considera con perplessità altre situazioni attuali nelle quali l’alone mitico legato alla parola "partigiani" viene impiegato abusivamente. Per cui, di fronte a questo nuovo uso improprio della parola "resistenza" legata ad un valore preciso, ci si interroga se non sia necessaria una messa a punto del concetto, tanto più che si approssima quella ricorrenza che ogni 25 aprile ci spinge a ricordare il modo genuino con cui esso è stato interpretato.

Io ritengo di sì, perché ogni comportamento criminoso deve essere innanzi tutto spogliato di qualsiasi alone di approvazione sociale: i concetti di "resistenza" e di "partigiano" implicano il coraggio di combattere un nemico in armi di potenza soverchiante, e anche se, a causa di questa disparità, rifiutano lo scontro frontale tipico dei belligeranti e praticano tecniche di guerriglia e di attentati, essi tengono fermo il ripudio dell’attacco ai soggetti inermi. Il giustificazionismo che talora si ascolta non può dimenticare queste nozioni fondamentali.

Tuttavia, a rovescio, le stragi recenti ci hanno obbligato a riflettere sul perché di queste aberrazioni. Un numero impressionante dei combattenti dell’IS è partito per la Siria muovendo da Paesi europei di elevato benessere medio: 18 combattenti per milione di abitanti dalla Francia (ne sono stati conteggiati 1700, dei quali 250 rientrati), 8 per milione dalla Germania, 15 dai Paesi Bassi, 2 dall’Italia, e ben 46 per milione dal turbolento Belgio al centro delle cronache.

Che cosa spinge migliaia di ragazzi ad un’opposizione al loro ambiente così intensa da mettere in conto addirittura il sacrificio della vita, pur di marcare il rifiuto del mondo nel quale vivono? La risposta - secondo commentatori autorevoli - non può essere che una: la loro percezione di un rifiuto eguale ed opposto praticato ai loro danni dal proprio ambiente, e quindi l’adesione all’Islam radicale e jihadista come unico strumento efficace di ribellione.

La nostra risposta, purtroppo, si muove tra la rassegnazione fatalista ("siamo destinati ad essere sommersi") e la reazione rabbiosa e militare ("è troppo: ora basta"). Ricordo uno sgomento analogo quando, nel 2002, andarono a fuoco le banlieue parigine, ad opera di un agglomerato sociale che aveva molti punti di contatto con il ribellismo attuale. Al netto delle reazioni esasperate, i più lungimiranti additarono le cause reali e profonde delle rivolte: la segregazione, l’espulsione scolastica diffusa, la disperante mancanza di lavoro, l’assenza di tutela sindacale e soprattutto la conseguente perdita di ogni prospettiva futura.

Bonificare questo malessere ha un costo elevato, non c’è dubbio. Ma quanto ci è costato e ci costerà il gigantesco apparato di sicurezza che stiamo forzatamente mettendo in piedi? quanto la risposta militare? quanto i danni materiali immensi, presenti e futuri? quanto il dolore delle vittime e dei congiunti? E’ una domanda che dovrebbe esserci familiare, poiché la ripetiamo ogni anno, di fronte alle frane e alle inondazioni che ci obbligano a spese assai maggiori di quelle che avremmo sostenuto con una buona prevenzione. Riusciremo a tradurla in azione politica?