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Pinerolo Indialogo

Maggio 2016


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 



Docenti universitari pinerolesi / 27

Intervista a Sergio Dellavalle, 
docente di Istituzioni di Diritto Pubblico

«Nel Pinerolese come altrove l'Italia soffre di gerontocrazia» 

«Ogni spazio lasciato a giovani impegnati non può essere visto se non come una giusta scommessa sul futuro...»

 

a cura di A D
Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.5 - Maggio 2016

Ci parli di sé e del suo lavoro universitario.
  
Sono nato a Torino nel 1958 in una famiglia della classe operaia. Sono cresciuto in un quartiere di periferia, dove ho avuto occasione di conoscere direttamente la Torino "proletaria". È stata un’esperienza che mi ha segnato profondamente. Dopo aver frequentato il Liceo classico – appartengo a quella generazione che ha potuto continuare negli studi anche senza appartenere a un ceto privilegiato – ho studiato Filosofia, laureandomi in Filosofia politica. In seguito mi sono trasferito in Germania dove ho preso il Dottorato e ho cominciato ad accostarmi agli studi giuridici. Al mio rientro sono stato chiamato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino.

Ci parli anche della sua disciplina.
  
A Torino insegno Dottrina dello stato e Istituzioni di diritto pubblico – nella sostanza materie teoriche legate alla dimensione pubblica del diritto. Il compito consiste nell’accompagnare le studentesse e gli studenti a scoprire gli elementi concettuali presenti nel diritto e le sfide interpretative che la sua applicazione comporta. Ho la fortuna di conservare anche buoni rapporti con l’estero, in primis con la Germania, ma anche con Israele e con gli Stati Uniti. Vedo questi contatti anche come un’opportunità per le mie studentesse e per i miei studenti di avere un accesso facilitato ad ambienti di studio che – per chi ha voglia di impegnarsi – possono risultare molto arricchenti.

Lei ha vissuto parecchi anni in Germania. Ci racconta di questa esperienza, facendo anche una comparazione col sistema scolastico italiano?
   La Germania possiede un sistema della formazione valido, nel suo complesso, a tutti i livelli. Soprattutto per la formazione terziaria va rilevato che le università sono buone, le biblioteche eccellenti e i centri di ricerca meritatamente famosi. Ma anche in Germania non mancano alcune ombre. Ad esempio la divisione dei percorsi formativi avviene troppo presto, col risultato di sfavorire pesantemente chi proviene da famiglie non agiate. Inoltre la formazione secondaria trascura sempre più la dimensione culturale a favore di quella tecnica. Infine, pur migliorando, il sistema universitario rimane relativamente chiuso per chi proviene da fuori, soprattutto nelle materie umanistiche.

Veniamo a Torre Pellice, la sua cittadina di residenza. Come ci è venuto a vivere?
Allorché mia moglie, che è tedesca, e io decidemmo di trasferirci in Italia, ci trovammo di fronte al desiderio di far crescere la nostra famigliola in un posto laico, sufficientemente ricco di cultura, ma anche pieno di natura. La scelta – abbastanza astratta (nessuno di noi due aveva mai visto Torre Pellice!) – cadde su quella che è diventata la nostra cittadina. Qualche volta protestiamo per questo o per quello, ma nella sostanza non ce ne siamo mai pentiti e si può ben dire che ci siamo molto affezionati al posto. Del resto, molti amici provenienti da tante parti del mondo ci hanno visitato – e tutti hanno trovato Torre molto affascinante.

Allarghiamo lo sguardo al Pinerolese. Come lo trova: qualcuno sostiene che vi è un certo immobilismo?
Non essendo nato o cresciuto in zona e lavorando altrove, è possibile che il mio giudizio sia impreciso. Ma l’impressione che ho è che in effetti lo sguardo sia rivolto più al passato che al futuro. Ad esempio: perché uno o più Comuni non scelgono di far proprio prioritariamente un compito che costituisca una risposta ai problemi dei decenni a venire, qualificandosi così come esempio nazionale e non solo? Nella sostanza, un territorio non può vivere di sussidi o limitarsi a riprodurre una borghesia delle professioni sempre più obsoleta. È necessario lasciare più spazio a idee innovative. Perché, allora, non puntare a divenire un esempio virtuoso nel riciclaggio? O essere all’avanguardia nelle energie rinnovabili e nel risparmio energetico? O diventare uno spazio di realizzazione per start-up per le quali la città è troppo onerosa? O puntare con decisione e coerenza sul turismo ambientalista? Naturalmente, queste sono le scelte che piacerebbero a me, ma anche scelte opposte sarebbero probabilmente meglio dell’assenza di scelte.

I giovani pinerolesi, come quelli che lei trova in università o i giovani laureati, pensa che in questo rilancio possano avere un ruolo?
   Nel Pinerolese come altrove, l’Italia soffre di gerontocrazia, col solito seguito di parenti e sodali. Ogni spazio lasciato a giovani impegnati non può essere visto se non come una giusta scommessa sul futuro.

E i docenti universitari residenti nel territorio (noi ne abbiamo individuato una cinquantina) che contributo possono dare?
   Politica e accademia dialogano poco in Italia, e la responsabilità è di entrambe le parti – della politica che, per paura di ascoltare i "gufi", rischia di cadere preda degli allocchi, e anche di noi accademici, spesso troppo autoreferenziali e un attimo supponenti.

Sappiamo che lei (come altri pinerolesi) ha un cruccio, il collegamento ferroviario efficace e veloce con Torino. Quanto è importante questa infrastruttura per il territorio?
  
Il collegamento ferroviario di Pinerolo – ma anche di Torre Pellice – con Torino, nonché il sistema dei trasporti delle vallate nel loro complesso, è di vitale importanza per il territorio. In questo ambito abbiamo decenni di ritardo. Se è vero, infatti, che una fascia della popolazione tende necessariamente a inurbarsi, è anche indiscutibile che in un’altra fascia d’età – soprattutto quando si devono crescere figli piccoli – la metropoli può essere poco attraente. A questo punto, un valido collegamento ferroviario può consentire di attrarre giovani famiglie, anche grazie a un patrimonio immobiliare formidabile e male sfruttato, dando così nuova linfa a popolazioni gravemente invecchiate. Senza nuove energie anche le vecchie tradizioni sono destinate a spegnersi. In questo senso, credo che anche la nuova Città metropolitana debba essere intesa come un’opportunità: senza Torino non c’è futuro, ma per avere un futuro con Torino – ossia per non essere lasciati ai margini – è necessario sapere che cosa si vuole offrire in cambio.