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Pinerolo Indialogo

Maggio 2016


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale


La generazione-voucher 

 


di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.5 - Maggio 2016

 
  Li hanno chiamati in mille modi, ormai: generazione Millennium, generazione mille euro (quando va bene), ragazzi flessibili, generazione-Erasmus, inventa-futuro, e chissà quante altre etichette. Ora, all’improvviso, è venuta alla luce una nuova infelice denominazione: la generazione-voucher. Sono quelli che compri al super-mercato della manodopera, li paghi poco più di un’elemosina e non ci pensi più: ferie, malattia, pensione, maternità, sicurezza, contributi, tutto nel tagliando. Dieci euro l’ora, per pulire la cacca dei cani o per una lezione di matematica. Dopo che è stato pagato, il prenditore del "buono" va alla posta e lì glielo monetizzano, trattenendo la quarta parte, che viene versata su un suo conto-pensione.

L’idea in sé non era male, era uscita dalla controversa "legge Biagi", che aveva anche delle cose pregevoli. Ma l’infernale capacità di stravolgere tutto in profitto e sfruttamento ha sporcato anche i voucher. Erano nati per i piccoli lavori domestici occasionali, l’assistenza domiciliare sporadica, il giardinaggio saltuario, la pulizia e la manutenzione di edifici, l’insegnamento privato supplementare, e simili. Lavori occasionali, insomma, resi da persone fuori dal mercato del lavoro, perché già occupate o non più o non ancora occupate.

Volevano essere un modo per contrastare il "nero": il lavoratore disponeva di uno strumento per ottenere un accantonamento previdenziale, e quindi aveva interesse a richiedere il "buono", senza la soggezione che viene dal timore di un licenziamento. In questo modo il voucher avrebbe fatto emergere una fetta del mercato sommerso, avrebbe creato una copertura anche a chi un rapporto di lavoro vero non l’aveva (o non ancora, o non più); avrebbe dato ossigeno all’INPS e tolto acqua (almeno in parte) all’economia invisibile, madre di tutte le sopraffazioni.

Ma poi che cosa è accaduto nella realtà? E’ successo che i vari governi hanno rimosso i paletti che Biagi aveva ideato: il centro-destra ha esteso l’applicabilità dei voucher a quasi tutti i settori, la legge Fornero ha cancellato il riferimento alle sole attività occasionali, e il "Jobs act" ha alzato il tetto retributivo portandolo da 5.000 a 7.000 euro l’anno, che coprono anche attività tutt’altro che occasionali. Il tutto in nome delle briglie sciolte sul collo di quel cavallo pazzo che è diventata l’economia del secolo presente.

I datori di lavoro, poi, ci hanno aggiunto del loro: la ragazza che lavora cinque ore alla tavola calda viene pagata per tre, con il pretesto che i voucher coprono anche i contributi; il contratto a termine, che era meglio di niente, lascia il posto a questa nuova forma di usa e getta, e la morale è sempre la stessa: se non ti piace, fuori c’è la fila.

Ora la questione è deflagrata: a quanto pare verrà promosso un referendum abrogativo su questo punto della legge, e sembra si voglia ri-abbassare il tetto dei compensi annuali e ripristinare l’applicabilità solo ai lavori davvero occasionali. E’ un tema da seguire con cura: ma lo sfondo tragico, che smorza le speranze e devitalizza le lotte, è sempre quello da oltre un secolo: "c’è la fila fuori". E se un secolo fa la fila era costituita dai braccianti del sud costretti a vendersi per meno di un tozzo di pane, ora la fila è gonfiata dai migranti e dagli espulsi dal mercato del lavoro ad opera della più grave crisi da ottant’anni a questa parte.

Creare lavoro (lavoro vero e dignitoso) resta l’imperativo principale di qualsiasi governo. Lo dicono tutti, ma non basta dirlo. Il lavoro possibile (bonifica del territorio, tutela delle opere d’arte, miglioramento delle infrastrutture, assistenza e cura, ricerca e formazione) non è riconosciuto dal mercato, dunque deve essere creato e pagato dalla mano pubblica. Con quali danari? Non con il debito, non con le finanze sempre esauste, allora come? Si affaccia un pensiero drammatico, ricacciato indietro per pudore: l’unico episodio di robusta imposta progressiva sui dividendi delle società e sulle proprietà immobiliari si colloca nell’ottobre del 1936 (e sappiamo chi imperava all’epoca). Allora servì per colmare i buchi dell’impresa etiopica e riallineare la lira. Non è un esempio edificante, però …. Che sia lì la chiave del pensiero alternativo?