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Pinerolo Indialogo

Settembre 2016


Dialogo tra generazioni

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 Benchmarking territoriale 



In provincia di Agrigento

Favara Farm Cultural Park

Un caso esemplare di recupero del centro storico

 

di TAC - www.tac-lab.it

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.8/9 - Settembre 2016

Estate, tempo di gite all’insegna del riposo, dello svago e perché no, della cultura: sono ormai molti coloro che cercano una meta che offra splendidi paesaggi naturali e una certa vitalità sul piano culturale, così da mettere d’accordo ogni tipo di esigenza. Vacanze che richiedono un’accurata pianificazione, e ogni viaggiatore moderno che si rispetti comincia con una prima indagine su internet, assetato di informazioni utili offerte dagli specialisti del settore.

Se la nostra ricerca si indirizzasse verso l’arte, potremmo imbatterci in una proposta curiosa: Favara Farm Cultural Park, che il celebre blog britannico Purple Travel colloca al sesto posto mondiale per l’arte contemporanea. Non si può negare un certo stupore nel vedere un centro relativamente piccolo della Sicilia, a pochi chilometri da Agrigento, accanto alle blasonate New York, Parigi, Bilbao e Firenze. Eppure, questa cittadina – grande grossomodo come Pinerolo – riserva sorprese davvero interessanti: nel pieno del centro storico si è realizzato un vero e proprio parco turistico-culturale, costituito da sette piccole corti collegate tra loro che ospitano gallerie d’arte e residenze per artisti.

Lo scopo dichiarato del progetto – che ha preso il via nel giugno del 2010 grazie all’iniziativa del notaio Andrea Bartoli e dalla moglie, l’avvocato Florinda Saieva – è quello di recuperare l’intero centro storico di Favara e trasformare il paese nella seconda attrazione turistica della provincia di Agrigento dopo la Valle dei Templi. La programmazione culturale prevede, oltre a un museo permanente, l’allestimento di mostre temporanee, impreziosite dall’incontro con creativi provenienti da ogni parte del mondo, con i quali è possibile confrontarsi partecipando a workshop e ad attività aperte anche ai bambini. All’interno dei cortili, che racchiudono splendidi giardini di matrice araba, si possono inoltre seguire presentazioni di libri, oppure prendere parte a serate musicali e spettacoli performativi. Il tutto accompagnato da ottimo cibo, da quello veracemente siciliano a quello etnico, che allarga gli orizzonti culinari (e culturali) verso tutto il bacino del Mediterraneo. Un progetto in divenire, che ha messo in cantiere l’idea di aprire una piccola scuola di architettura con collaborazione del Politecnico di Milano.

E se ci si sentisse frastornati da cotanta abbondanza di cultura, si troverebbe pure il modo di trastullarsi dandosi allo shopping: non mancano infatti negozi che offrono oggetti d’arte e di design, libri, abbigliamento ed oggettistica vintage. Insomma, un centro adatto a ogni tipo di palato, che risponde alle più svariate esigenze di qualsiasi viaggiatore!

Attenzione però: l’idea non è stata concepita esclusivamente per il turismo, ma anche per dare una grande chance a chi della Sicilia vuole fare la propria casa: ad esempio, nel Farm cultural park c’è un co-working a disposizione delle startup, un’opportunità per lavorare sul luogo e dividere le spese.

Il valore aggiunto di un progetto di questo genere è duplice: il radicamento territoriale – senza derive provincialiste – e la programmazione sul lungo periodo: partendo da un intervento tutto sommato di dimensioni ridotte, economicamente sostenibile e che richiama frotte di intenditori o semplici curiosi, Favara sta velocemente rifiorendo e proponendosi come fulcro culturale su scala internazionale. Manco a dirlo, ciò genera un indotto tale da poter ripensare il suo ruolo da centro periferico a motore trainante di una provincia, se non di un’intera regione.

Tuttavia, i promotori del progetto tengono a mettere in chiaro che lo spirito dell’iniziativa non è imprenditoriale, ma di innovazione sociale, che muove dall’idea che quel posto «può renderti felice», come recita lo slogan del Farm cultural park. «Un museo delle persone più che delle cose», sottolinea l’avvocato Saieva, fatto di contatti e relazioni dal sapore culturale.