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Pinerolo Indialogo

Settembre 2016

Dialogo tra generazioni

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 Viaggiare


In Bolivia

Licancabur il lago più alto del mondo

di Angelica Pons con Mauro Beccaria

Pinerolo Indialogo - Anno 7 - N.8/9 - Settembre 2016

   

  Come non essere fieri e commossi allo stesso tempo? Mauro è stato il primo ad arrivare in vetta, seguito da Valerian, giovane maestro, e da Jean Baptiste, specializzando Ginecologia. Il primo soffre d’asma, il secondo di diabete. Tutti e tre con forte volontà di arrivare in cima.

Il Licancabur è uno strato vulcanico dalla forma conica simmetrica, di 5.960 m di altezza, sito tra due giganti, il Juriques e il Sairecabur. C’è vita a quell’altezza: formatosi 500 anni fa, il lago più alto del mondo è all’interno del suo cratere, 90x70 m, nel luogo più arido della Terra, il deserto di Atacama; l’acqua è a 6°C, nonostante il gelo intorno per il riscaldamento geotermico; vi abitano batteri estremofili e placton, c’è ossigeno e radiazioni uv intense. Il lago Licancabur è stato paragonato a antichi laghi marziani.

La fornace non è più attiva dall’Olocene, circa 11mila anni; si trova al confine tra Bolivia e Cile, a 40 km da S. Pedro di Atacama. Noi vi siamo giunti dal rifugio della Laguna Verde, in Bolivia, a 4.300 m slm, un lago salato alla base nord-est di Juriques, le cui sponde sono coperte di cespugli secchi dal colore dell’oro. Levataccia alle 3, jeep fino al campo base e salita con le pile frontali, gli zaini con qualche provvista, le borracce di mate di coca caldo, datoci con premura da Edwin, preparato dalla nostra gentile cuoca Marcela, ma che si è congelato strada facendo. Eravamo vestiti con almeno 5 strati, doppie calze e doppi guanti.

La fatica è tanta, e alcuni di noi non ce l’hanno fatta, sconfitti da mal di testa, tachicardia, nausea… a 5.300 m ero senza fiato, terza dietro alla guida e a Mauro e ho detto stop. La guida mi ha ingiunto di ritornare. Come? Da sola? Al buio? In un sentiero invisibile e fatto di sassi rotolanti come nocciole? «Sì, o congeli qui». Non mi son rassegnata, ho provato ad aggregarmi alla spedizione che ci seguiva, ma dopo poco ho accettato i miei limiti e cercato la strada della discesa.

Dopo qualche atterraggio sul fondoschiena ho letteralmente parlato con la montagna. Le ho chiesto che mi indicasse dove andare e credo mi abbia accompagnata. Le chiedevo di mostrarmi le sue pietre più belle. Pietre con disegni inca, o dalle forme più incredibili come mani che reggono fiamme o come troni poderosi. Pietre rosseggianti al sole dell’alba con buchi simmetrici, rocce striate che facevano le smorfie. Infine monticcioli di sassi, come da noi: ecco il sentiero vero e proprio. L’ho raccontato a Edwin, il nostro saggio accompagnatore (agenzia La Torre di Tupiza), che ci aspettava al traguardo: gli brillavano gli occhi. Davvero le ho viste e son riuscita a rientrare. Ho visitato le rovine del villaggio inca ai piedi della montagna sacra, ringraziando. Sulla sommità ci sono le ceneri di un uomo che in tempi più recenti chiese al figlio di esser seppellito lì: è tutt’ora sacro questo monte. Dopo più di 8 ore lo guardavo da sotto, splendente nel sole del mezzogiorno, le pendici coperte da depositi piroclastici fino a oltre 15 km di distanza. Ero sfinita. Mauro è sceso alle 13,45, ma lui ha raggiunto il traguardo. Da lassù ha descritto con meraviglia un paesaggio dipinto dalla mano di Dio.