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Novembre 2017


Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 


Musica emergente

Zona MC


di Isidoro Concas

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.11 - Novembre 2017

 

Zona MC, rapper, produttore e performer, fondatore del recente progetto Burlona, mescola nei suoi lavori hip-hop, musica elettronica e filosofia, in una commistione dal sapore particolare.

Molti dei tuoi pezzi presuppongono, per essere scritti, una preparazione abbastanza specifica, che di disco in disco e di pezzo in pezzo si sposta in vari ambiti: è la volontà di scrivere qualcosa riguardo ad un argomento che ti spinge ad approfondirlo, o è il tuo appassionarti a un qualcosa che ti spinge a voler scrivere un pezzo al riguardo?
Solitamente succedono entrambe le cose, ma in due fasi diverse: la composizione inizia sempre da un approfondimento che ho svolto precedentemente e indipendentemente dalla musica (in particolare gli studi storici, filosofici ed economici a cui ho dedicato praticamente tutta la mia vita adulta) e che a un certo punto fa scattare una scintilla, un’ispirazione da cui nasce una prima bozza di un testo o di un concept album; ma è solo grazie all’approfondimento successivo che ogni mia bozza fiorisce e si riempie di tutti quei dettagli, quelle citazioni e quelle polisemie che me la fanno considerare completa.
Ma ogni caso è diverso: ad esempio il mio album Ananke è nato quasi come un gioco, dall’idea di portare il rap totalmente fuori dal suo contesto, componendo un intero disco come una sorta di bignami della storia della filosofia in rima (e tutta la composizione è seguita ad uno studio svolto specificamente per quel motivo), mentre Porconomia è l’opposto, è una semplice parodia in rima dei dibattiti più ignoranti che purtroppo ho incontrato online e offline dal 2011 in relazione alla situazione economica europea e che spesso avrei volentieri ignorato.
Ananke mi ha spinto a studiare (per l’ennesima volta) la storia della filosofia da un diverso punto di vista, mentre Porconomia è stato un modo di tradurre musicalmente la nausea che ho raccolto studiando qualcosa che non avrei voluto studiare!

Negli anni hai sperimentato più modi non convenzionali di "live": live composti da un solo freestyle continuo, i concerti in casa, quelli in cui sei accompagnato da un solo metronomo sono gli esempi che mi vengono in mente. Come consideri l’idea di concerto – o di dj set, essendo tu anche produttore?
Seguendo un modo di pensare assai diffuso, potremmo considerare un concerto e un dj set come due poli opposti delle esibizioni dal vivo: nel primo infatti i musicisti suonano personalmente i loro brani, mentre nel secondo li lasciano riprodurre a una macchina (che "suona" automaticamente vinili o cd).
Ma in realtà, quando un musicista ripete gli stessi brani in ogni suo concerto, lo riesce a fare proprio perché egli stesso è diventato simile a una macchina, a un automa che ripete sempre gli stessi gesti; viceversa, la storia del rap ha dimostrato che il dj set può essere simile a un concerto, in quanto tale genere è nato proprio dall’utilizzo creativo dei giradischi, intesi non come macchine da lasciar girare, ma come strumenti utili a produrre ritmi e suoni differenti, ottenendo lo scratch.
Quindi per me ha più senso distinguere tra improvvisazione ed esecuzione automatica: e ciò non solo per un fatto egoistico (ossia per la noia che deriva dal ripetere sempre gli stessi brani nei concerti), ma anche per una questione che potremmo definire "relazionale", ossia per distinguere il live verticale, gerarchico e ripetitivo da quello orizzontale, cooperativo e differenziante.
In parole semplici, il "pubblico" non esiste, e ciò vale soprattutto per il rap: solo il rapper-automa crede all’esistenza del pubblico inteso come massa indistinta che, stando in basso, deve assorbire (in un modo a sua volta automatico) le sue musiche che "scendono" dal palco.
In realtà ogni contesto è diverso, ogni pubblico è diverso e ogni persona che fa parte di un pubblico è diversa: viene quindi da chiedersi se ha sempre senso dare le stesse cose a persone diverse.
In questo senso l’improvvisazione è un modo di sprofondare nei contesti, aprendosi agli interventi più vari e creando un qualcosa di più simile a un dialogo che a un monologo attoriale.
Per questo nei miei live cerco sempre di dedicare più tempo all’improvvisazione, limitando l’esecuzione automatica dei brani, che invece cerco di sfogare soprattutto quando vengo chiamato come dj: e anche in questo caso non riproduco molti miei brani, ma soprattutto brani altrui.
Anche perché le mie canzoni hanno più senso negli album, che uso infatti per parlare a masse indistinte: nei live mi piace entrare nel vivo, mettendo in rima e in discussione le idee che ho sentito il pomeriggio nel posto in cui mi trovo, a rischio di rovinare la serata, cosa che talvolta accade!

Sempre riguardo l’elettronica, in quel che fai essa assume un ruolo molto forte, e dal gusto peculiare. Come intendi, nei tuoi lavori, il rapporto tra strumentali e parti rappate?
In un certo senso sia i miei testi che le mie musiche sono facce differenti dello stesso eclettismo: nei primi unisco tanti riferimenti concettuali, nelle seconde tanti suoni, ritmi e melodie differenti.
Per questo il genere a cui mi sento più vicino è la breakcore, ossia quel tipo di musica elettronica sperimentale che tende a portare all’infinito la variazione ritmica e melodica, utilizzando molteplici loop e modificandoli in tanti modi.
Questo è ciò che rende la mia musica così varia, ma anche così difficile da fruire: per questo sopra affermavo che essa è più adatta ai dischi che ai concerti.

Oltre la musica, sei un attentissimo/attivissimo divulgatore tramite post su facebook e video dal canale "decostruendo", trattando temi di politica, filosofia, ambiente, economia ed arte. Tornando alla tua musica, questo tuo desiderio divulgativo appare chiaro, rinforzato da scelte come quella di offrire la tua musica gratis. Qual è il tuo pensiero riguardo alla comunicazione ed alla diffusione di saperi? E di opinioni?
Da tempo studio per diventare un professore di storia e filosofia, e credo di poter innovare in modo costruttivo la didattica tradizionale, ad esempio con un utilizzo mirato e ragionato della musica; io stesso ho imparato la lingua inglese anche attraverso la musica, e ciò è per me fantastico.
Come nel discorso precedente sui concerti, anche in ambito didattico si distingue da tempo tra un metodo di insegnamento più verticale e le sperimentazioni recenti, più cooperative: ma è evidente che il modello giusto non è quello del web 2.0., in cui l’unica cosa realmente orizzontale è la visibilità (potenzialmente, chiunque può parlare a tante persone) e per di più, ormai, solo in potenza, ossia plutocraticamente ("plutocrazia" è il composto dei termini greci ricchezza e potere: è infatti chi paga per promuovere i suoi post che spesso raggiunge più persone).
Il fatto che tutti possono (di più, hanno bisogno e sentono di dover) dire sempre e comunque la propria opinione sta inoltre limitando la possibilità di convergere: tutti dicono la propria opinione, ossia tentano sempre di divergere, e questo nuoce all’unità sociale (sia essa di classe o meno).
La struttura del web attuale lo testimonia: trionfano le piattaforme in cui ognuno può dire ciò che vuole, mentre regna un’assoluta ignoranza nei confronti (ad esempio) degli strumenti di scrittura collettiva, ossia di convergenza di più persone nella costruzione di qualcosa (in ambito politico, ad esempio, esistono già ottimi software per elaborare proposte giuridiche collettivamente, e credo che sarebbero più utili dell’attuale opinionanismo di Twitter e Facebook).
Quindi, quando/se uso i software che critico, cerco di farlo in modo mirato e minimale: pochi post, molto ragionati e curati, su temi che ritengo fondamentali (spesso meta-post che indirizzano a social network differenti, di scrittura collettiva).
Ma quindi il mio "mediattivismo", come la musica, è solo una piccola parte del mio percorso divulgativo (che intendo svolgere meglio come prof): ed è una parte che, diversamente dalla musica, per tutti questi motivi non mi convince del tutto.

Infine: l’hip-hop è ora vissuto da molte spinte evolutive differenti, di cui anche tu fai parte. Come dipingeresti lo stato attuale di questo genere, qui in Italia? Quali immagini possano essere le evoluzioni future?
Purtroppo non ho un’idea precisa a riguardo, poiché negli ultimi anni ho smesso di seguire il genere (seguo solo pochissimi musicisti come Miike Takeshi, Murubutu o Uochi Toki); ma credo che l’idea stessa di "evolvere un genere", intendendo con ciò uno sviluppo all’interno di alcuni limiti che definiscono un genere, sia assai limitante, e spero invece che il rap muoia per rinascere in altre forme, magari tornando a essere parte di un movimento di protesta più ampio, come è successo quando il rap stesso è nato, uscendo dai limiti che definivano il funk e tutta la black music precedente.
Ma temo che succederà l’opposto: immagino che (distopicamente) tutti i politici inizieranno a rappare (come recentemente hanno iniziato a "twittare": entrambe attività che sviliscono notevolmente la retorica politica), e i dibattiti su "chi è il migliore rapper d’Italia" sostituiranno quelli sul migliore partito da votare, concludendo così la parabola della società dello spettacolo descritta magistralmente da autori come Guy Debord e Jean Baudrillard.