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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2017


Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 


Musica emergente

Johnny Fishborn


di Isidoro Concas

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.12 - Dicembre 2017

 

Gionatan Scali, in arte Johnny Fishborn, è un cantautore torinese con base a Londra. Lo abbiamo incontrato in occasione del suo breve ritorno nella sua città natale, per presentare alcuni suoi nuovi lavori.

Johnny, dopo un anno e mezzo di assenza sei tornato a Torino e hai presentato all’Astoria il tuo nuovo repertorio di inediti. Com’è stata l’esperienza del ritorno?
Non riesco a spiegarlo in due parole, è ancora troppo vicina. È stata una parentesi surreale, non mi sembrava di essere li veramente. Vedere i miei amici e i miei cari dopo molto tempo e correre su delle rotaie per gustare l’avvicinamento è stata un'esperienza emotiva molto forte. Ho fatto dei disegni mentre il treno correva. Ho visto la ragazza del mulino a vento a Parigi, che mi ha traghettato da Gare du Nord a Gare De Lyon. Un caffè a Parigi. Le ho spiegato in due parole della mia vita londinese. Lei è un'interprete e corregge e traduce libri in francese e inglese. Ho preso il treno che andava a Torino. A Saint-Jean-De-Maurienne ho avuto una visione dal finestrino del treno, vicino alla Savoia, all’inizio delle Alpi. Il treno correva e costeggiava una strada sterrata, e ho visto questa ragazza andare a cavallo. Il risultato del mio disegno è stato una ragazza che corre su un toro, le 4 tettarelle che rappresentano la mia famiglia. Dall’autostrada ho scorto che mancavano 248 chilometri a Torino. E poi il live, l’accoglienza, il pubblico, le amicizie. Tutto intatto. Tutto è filato liscio come l’olio. Più forti di quello che siamo, più grandi le sfide, più consci per questo. Il live è stato più bello di quello che fu l’8 marzo del 2014 per l’uscita di WIndmill Girl. Ma non è finita qui.

Windmill Girl, il tuo ultimo album, è nato dalle esperienze che hai vissuto in terra olandese. I tuoi prossimi lavori sono ispirati a Londra, dove ti sei trasferito ed ora vivi. In che modo i luoghi influenzano la tua scrittura?
Molto semplice: la parte emotiva incontra la realtà, le metto assieme. I momenti di ispirazione ad East London li ho coniati sotto il nome della psicogeografia, quel momento in cui la realtà incontra l’immaginazione. Ne ho tanti di questi momenti. All’inizio erano pochi, ora posso averne quasi uno al giorno se sono abbastanza connesso. Le forme con cui le indirizzo sono per ora tre: scrivo, disegno, oppure suono. Raccolgo quello che vedo e vivo in forme d’arte diverse, senza darmi alcuni paletti. Lo faccio, anche se sbaglio. L’arte è un errore. Ero bravo in geografia da piccolo. Ho un grande senso dell’orientamento. So dove andare, sempre, non ho bisogno di app per spostarmi. È come se lo avessi sempre saputo. Cerco me stesso in quello che faccio. È una ricerca continua. Spesso, se sono giù di morale, creo. Quello è il momento migliore, e Londra mi sta dando tanti di questi momenti.

La tua musica nasce da un approccio folk, ma discograficamente si evolve in un folk-rock con forti venature psichedeliche. Di recente, inoltre, hai collaborato col progetto di musica elettronica Tartage. Qual è, per te, il ruolo del produttore, nella musica odierna?
Non saprei. So che, quando sento di aver terminato un capitolo della mia esistenza, cerco una persona che possa capire il mio percorso, e a lui affidare una parte che non mi interessa. Mi interessa fidarmi. Mi interessa creare la chimica. Poi le cose vengono fuori. La voce, la chitarra e il testo sono il principio della mia scrittura. Poi posso arrivare ad essere qualsiasi cosa, un po’ per caso, un po’ per ironia. La cosa bella è che puoi sempre tornare a sederti su una panchina in un parco e suonare quello che avevi fatto. Suonare per strada mette per terra le mie idee, provo a dialogare con i passanti, che è sempre una cosa giusta da fare. Mi interessa tenere integro il principio, la forma può prendere qualsiasi tensione. Il mio prossimo lavoro a cui sto lavorando stupirà non solo voi, ma anche me.

È un anno che a Hackney organizzi Folked Up, una serata dedicata alla musica, alla poesia ed alle arti. Com’è nato questo format? In cosa consiste?
La serata è nata il giorno che mi avevano licenziato. L’ho chiamata Folked Up Night, dall’inglese "fucked up". Il logo è una sedia con la gamba rotta perchè la sera, sconsolato, sono caduto dalla sedia in giardino mentre fumavo. E lì ho avuto l’idea. La serata unisce musica, fine art e poesia, tre forme rappresentative nella stessa serata. Ho la maniglia di una porta appesa al muro in camera, che mi ricorda che sarebbe troppo facile aprire le porte con la maniglia di una porta. Io, invece, apro i muri, come avrebbe fatto Frank. Mi ricorda di aprire l’impossibile ogni volta che la guardo. Folked Up Night rappresenta il mio approccio artistico e di vita. Sta andando bene, crescerà ancora, e forse la esporteremo. Il claim della serata è "we don’t care about success", non ci importa del successo.

È dichiarata la tua ispirazione alla figura artistica di Frank Zappa. In che modo ti influenza nel rapporto che hai con la musica, o nella vita in generale?
Frank? Frank è tutto per me, nella mia vita. Quello che amo di lui è l’amore per la provocazione, il fatto che si fosse preso gioco degli americani, il fatto che fosse grottesco e dissacrante, il fatto che per quanto fosse matto lui avesse dichiarato di non aver mai toccato una canna e di essere un buon padre di famiglia con mutuo e una casa da pagare. Il gap tra la vita della rockstar e la vita privata era abissale: questo mi affascinava di lui, in quest’epoca di falso perbenismo e violenta ostentazione. Nell’epoca di Trump e dell’immagine servirebbe un nuovo Zappa a far calmare noi esseri umani tutti e farci riflettere su quanto siamo cretini e poveri di contenuto. Io, da buon matto nato il pesce di aprile, non posso che trovarmi simile e rivedermi in quella che è stata la sua vita.