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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2017


Dialogo tra generazioni
 
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 Il Passalibro 

Knut Hamsun
Pan


di Cristiano Roasio

 


Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.12 - Dicembre 2017

Il mito di Pan incontra la melanconia nordica e si tramuta, da dio del sesso non procreativo e della masturbazione, in un essere masochista incapace di stabilire rapporti duraturi col prossimo; Pan non impersona più la totalità gioiosa del mondo naturale, ma la fuga nel buio e nel freddo della natura norvegese.

Pan di Knut Hamsun, premio Nobel nel 1920, riproposto per i tascabili Adelphi proprio in questi giorni, è un romanzo del 1894, un classico, se proprio vogliamo usare questo termine ambiguo, della letteratura nordica (un altro norvegese lo annovera tra le proprie fonti d’ispirazione, sto parlando di Karl Ove Knausgard, autore conosciuto in Italia per la sua biografia in sei volumi La mia battaglia, Feltrinelli) e potrebbe anche esserlo della letteratura occidentale. In capitoli brevi, ritrovati dopo la morte del tenente Glahn e scritti da lui, viene narrata l’infatuazione per Edvarda, una volubile creatura femminile, ma soprattutto vengono raccontati i vagabondaggi del cacciatore-pescatore Glahn ed i suoi cammini tortuosi nei boschi e nella psiche di protagonista-narratore. Pan è un romanzo decisamente moderno, dove gli atteggiamenti di Glahn nascondono un’esaltazione violenta e quasi assurda: si spara in un piede, provoca una frana che uccide un’altra amante, uccide il proprio cane Esopo, unico amico, piuttosto che lasciarlo con la donna che lo ha rifiutato e così via, fino a culminare negli ultimi capitoli, ambientati in India, narrati da un commilitone-assassino, nell’estrema tendenza masochista: rubare la donna ad un altro soldato e piazzarsi di schiena di fronte al suo fucile, schernendolo.

La scrittura di Glahn-Hamsun è semplice e scorrevole eppure l’immersione, panica appunto, nella natura rigogliosa ma distante, quei rapidi momenti di sole prima che l’inverno ed il buio arrivino a nascondere per lunghi mesi la luce, sembra trovare una corrispondenza nella psiche dell’uomo. Si infittisce così il legame tra natura e scrittura, tra l’attività armoniosa che dovrebbe essere la vita ed il brulicare torbido del pensiero. Nelle parole dell’autore tratte da Fame (Adelphi):

E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l’avessi pronunciata.