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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2017

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


Al Piccolo Teatro di Milano

"Fine pena: ora"

Riduzione teatrale del libro di Elvio Fassone


di Redazione

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.12 - Dicembre 2017

   Lo scorso 21 novembre, al "Piccolo Teatro" di Milano è andata in scena la riduzione teatrale di "Fine pena: ora", il libro del pinerolese Elvio Fassone, edito da Sellerio. L’opera racconta la straordinaria corrispondenza, che dura ormai da trent’anni, tra un ergastolano ed il magistrato (Fassone, appunto) che gli inflisse quella condanna, a conclusione del maxi-processo alla mafia catanese, celebrato a Torino.

Sala gremita e pubblico visibilmente emozionato alla fine dello spettacolo, che ha visto la regia di Mauro Avogadro, la drammaturgia di Paolo Giordano, la scenografia di Marco Rossi, e soprattutto l’interpretazione intensa e scavata di due attori di rango quali Paolo Pierobon e Sergio Leone.

La storia, che ormai da due anni interroga e scuote il pubblico di decine di incontri, ha il fascino di mettere a contatto due mondi che non potrebbero essere più lontani - l’uomo delle istituzioni chiamato ad applicare una legge severa, e l’uomo della criminalità autore di numerosi gravi delitti - diversi per estrazione, per cultura, per età, per carattere; uomini che il processo colloca in posizioni antagoniste, ma che l’umanità avvicina e rende inseparabili per oltre un quarto di secolo.

La scenografia è essenziale ma avvincente. Una gabbia e una vecchia poltrona di pelle, nelle quali si muovono un uomo giovane progressivamente scavato dalla detenzione, ed un uomo anziano, visibilmente coinvolto dalle domande antiche sul significato della pena e sulla legittimazione ad infliggerla. E la drammaturgia affronta con coraggio il difficile problema di far colloquiare a contatto diretto due uomini che a contatto non sono stati mai, e di tradurre in gesti quelle che nel libro sono atmosfere e riflessioni intimiste. La difficoltà è risolta, con l’aiuto di musica e luci, attraverso una sorta di dialogo metafisico, che scavalca lo spazio e si immedesima nel tempo carcerario, il tempo che ha come unico fine quello di essere consumato, e nel quale il detenuto può dire "vedo la mia vita scorrere senza di me".

"Mi piacerebbe - ha detto il regista Avogadro - che lo spettatore uscisse alimentando in sé un interrogativo in più su cosa voglia dire decretare la morte civile di una persona".

E Fassone, nell’opuscolo apprestato dal Piccolo Teatro, aggiunge un ricordo speciale: "Se io nascevo dove è nato suo figlio, forse a quest’ora ero un bravo avvocato, mi disse Salvatore verso la fine del processo. Di qui è nato il mio impulso di scrivergli dopo la inevitabile condanna. Perché esiste purtroppo una lotteria della vita, nella quale molti estraggono un biglietto sbagliato senza loro colpa. E perché nessun uomo è mai tutto nel gesto che compie".