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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2017

Dialogo tra generazioni

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 Vivere Pinerolo

Una rivisitazione giovane della città / 7

La zona industriale della Porporata

«Come molti centri industriali risulta essere un po’ anonima
. Ma non è poi la fine del mondo»


di Remo Gilli

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.12 Dicembre 2017

Se c’è una zona di Pinerolo che mi è totalmente estranea, quella è la zona industriale della Porporata. Si colloca – almeno per me che a Pinerolo arrivo dalla provinciale di Roletto – prima ancora dell’inizio della città, in una posizione defilata tale per cui chi arriva da fuori ci passa sempre vicino senza entrarci mai. L’unica volta in cui mi sono avventurato oltre la rotatoria che collega la provinciale alla tangenziale è stato quando, in prima liceo, io e i miei compagni eravamo andati nella redazione de L’Eco del Chisone per una visita. Da allora, non mi è mai capitato nemmeno di pensare di andarci. Non ne ho mai avuto motivo.

Eppure la Porporata la conosco bene, anche se non ci sono mai stato veramente. Non per altro, ma ogni volta che mi capita di passare da Pinerolo (e quindi di prendere la tangenziale per arrivare in corso Torino) non posso fare a meno di guardare le montagne pinerolesi all’andata e la Porporata al ritorno. Penso valga per tutti questo discorso. Così ne conosco le geometrie, le maggiori insegne, la conformazione. La ditta Mollo, per citarne una, vale più di un cartello di "Arrivederci" quando si lascia Pinerolo, tutta gialla e blu, enorme, dirimpetto alla strada.

Per il resto, le testimonianze indirette che mi sono giunte dai miei amici e coetanei al riguardo della zona industriale si limitano a qualche scappatella notturna lontano da occhi indiscreti e poco altro. Posso dire quindi che la Porporata è a tutti gli effetti "materia oscura", di cui conosco solo la forma ma non la storia né ciò che vi accade.

Le informazioni reperibili sulla Porporata di Pinerolo sono poche, in realtà. Come molti centri industriali risulta essere un po’ anonima dal punto di vista delle notizie: facendo ricerca si trovano informazioni su lotti in vendita o venduti in passato, su cambi di proprietà e via dicendo, ma nulla sulla sua costruzione originaria. A giudicare dalle costruzioni prefabbricate, però, azzarderei l’ipotesi che sia stata costruita (almeno per come si presenta oggi) tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Come ho accennato all’inizio, qui ha sede L’Eco del Chisone, in quella che è senz’altro la costruzione più bella della zona (è vero che non ci vuole granché per distinguersi, ma si tratta comunque di un edificio pregevole e moderno). Oltre alla redazione del giornale, nella zona si trovano decine di piccole e medie imprese, con alcuni magazzini e officine di lavoro. Entro con la macchina passando da viale Primo Maggio per poi immettermi nella scacchiera di strade e capannoni che è la Porporata partendo da via Carlo Borra, dopo aver costeggiato il giornale.

Non so per quale motivo, ma immaginavo di vedere molto più movimento di persone all’opera, via vai di tir e cose così. Invece mi trovo in un ambiente spoglio, quasi desertico, senza anima viva che faccia capolino da uno dei prefabbricati né macchine in movimento. Accosto, spengo il motore e abbasso il finestrino. È più forte il rumore delle macchine sulla tangenziale rispetto al lavorio dei macchinari delle aziende. Vedo qualcuno uscire da un capannone poco più avanti, così rimetto in moto per raggiungerlo. Quando arrivo è già a bordo di una macchina, in procinto di uscire dal parcheggio. Dietro di lui, l’azienda sembra vuota, nonostante siano soltanto le tre di pomeriggio di un giovedì di novembre.

Giro l’angolo e seguo il viale. Mi imbatto in qualche furgone in manovra, due operai durante la loro pausa sigaretta, qualche macchina di passaggio. La situazione è tranquilla quasi al punto da essere surreale. Mi sembrano poche persino le macchine parcheggiate in confronto allo spazio in cui mi trovo.

Tutto sommato, devo dire che pensavo peggio. Il silenzio diventa piacevole una volta che ci si abitua e, nonostante si tratti di una zona industriale, la Porporata è circondata dalle campagne e dal verde. Insomma, è molto meno estraniante di altri posti che hanno la stessa funzione (penso alla zona industriale di Rivalta, per esempio).

Quando termino il giro, mi imbatto nell’unica realtà che fa eccezione in tutto questo spazio statico e monocromatico. Si tratta del bar Nuova Porporata, in via del Gibuti 1. È una nota di colore che si discosta dal resto, e sembra essere anche discretamente popolato (almeno all’ora in cui ci sono arrivato io, saranno state le 4 del pomeriggio). Parcheggio e entro a prendere un caffè. Come immaginavo, la clientela è varia e il personale è moderatamente sbrigativo, nel senso che si vede l’abitudine a un servizio più improntato alla velocità che alla forma.

Il caffè non è il massimo, ma è anche vero che non sono uscito da un turno di otto ore, altrimenti immagino che lo apprezzerei di più. Do un rapido sguardo intorno: arredamento minimale, persone allegre per essere uscite dal lavoro, chi vestito in tuta da lavoro e chi in giacca e camicia. Esco fuori e faccio per tornare a casa, quando mi accorgo che su un cartello, sotto la voce "secondi" del menù del giorno, è scritto: omlet con formaggio. Me ne vado pensando a questo dettaglio: la sostanza conta più della forma, questa è la regola di questi posti e dei centri industriali in generale. In definitiva mi sento di dire che, per essere una zona industriale, la Porporata non è poi la fine del mondo. Tutto quel verde, quel silenzio e il suo essere fuori dalla città, quasi un’isola nella campagna, le danno un fascino tutto suo, in qualche modo la nobilitano. Con o senza omlet.