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Pinerolo Indialogo

Genn-Febb 2017


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 



Docenti universitari pinerolesi / 32

Corrado Gavinelli, docente di Storia dell'Architettura Contemporanea

«Pinerolo ha una storia secolare importante»

«Dopo la demolizione della cinta muraria, la città si è sviluppata disordinatamente»

a cura di Antonio Denanni
Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.1-2- Genn-Febb 2017

Ci parla di sè e del suo lavoro svolto in ambito universitario?
Sono stato (dopo la normale trafila da Assistente a Incaricato) Professore di Storia Della Architettura dal 1975 al 1980, e poi (dal 1980 al 2002) Professore Associato di Storia della Architettura Contemporanea, sempre alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Vi ho svolto il normale insegnamento didattico e diverse ricerche storico-iconologiche inerenti all’architettura mondiale, personalmente e come Direttore del Laboratorio Sperimentale di Modellazione Storica (producendo una formidabile quantità di plastici e modelli, disegnati e tridimensionali, di edifici di ogni epoca). Ma ho anche lungamente insegnato in Giappone, alla prestigiosa Università imperiale di Tsukuba, in qualità di Professore Straniero di Architettura (Gaikokujin Kyoshi) per diversi anni (periodicamente) dal 1995 al 2006. Sono state due esperienze completamente differenti, di cui quella nipponica ha costituito la condizione pedagogico-umana migliore e più interessante, attuata con tutte le possibilità tecniche di lavoro che in Italia sono difficoltose e quasi impossibili a certi livelli, soprattutto perchè condizionate da interessi corporativi e intralciate da incredibili invidie personali.

A che punto è l’architettura contemporanea?
Si trova in una fase di estremo sviluppo propositivo, ed operativo. Ma purtroppo soltanto nei Paesi di recente sviluppo economico e tecnologico, che stanno esprimendo una particolare forma linguistica di costruzione che dal 1985 ho chiamato Scult-Architettura (si vedano i casi più eclatanti degli architetti Gehry e Hadid, e Libeskind in Occidente; e delle città di Dubai e Shanghai in Oriente) secondo la quale l’aspetto strutturale viene sostituito dall’immagine plastico-estetica esteriore, che costituisce l’ultimo aspetto del Semanticismo post-moderno.

Lei insieme a sua moglie Mirella Loik ha scritto anche di architettura sostenibile...
Ne abbiamo scritto per una occasione di analisi sui modelli più avanzati al mondo, e di progettazione pratica per un caso esemplare di insediamento residenziale studiato nel 2005, a riguardo del SudAfrica e di una zona particolarmente sottosviluppata, il Pondoland della costa orientale; proponendo un modello abitabivo componibile, e autocostruibile direttamente dalle persone del luogo con mezzi e materiali locali a modico prezzo: un progetto basato sul rispetto tipologico della tradizione edilizio-abitativa del luogo. Questo criterio propositivo conteneva in sostanza i princìpi esecutivi per una architettura povera ma funzionalmente compiuta, rivolta ad una sostenibilità naturale senza intrusioni tecniche artificiose.

Ha scritto anche un libro sui luoghi della pace...
E’ stata una esperienza che non mi attendevo propostami dal Direttore della Casa Editrice milanese Jaca Book, Sante Bagnoli, che ha pensato a questo tema particolare; e di cui abbiamo scovato e descritto gli aspetti architettonici più eclatanti, limitati all’attualità (da dopo il secondo conflitto mondiale) prodotti da architetti e artisti famosi ed importanti (quali Tange, Le Corbusier, Ando, Johnson, e Picasso, Matisse, Chagall, Rothko) che hanno costruito edifici espliciti riguardanti la pace o corrispondenti opere pittoriche in costruzioni apposite. Considerando perfino le astronavi future (chiamate Spazi per la Pace) proposte dal torinese-statunitense Paolo Soleri, autore anche lui di una architettura autocostruita e partecipata.

Da un po’ di anni vive a Torre Pellice. A cosa è dovuta questa scelta?
Ad un caso e ad una coincidenza. Il caso è riferito ad una vacanza da una delle trasferte in Giappone, che ci ha portato sui luoghi di gioventù di mia moglie, di origini valdesi e studiosa delle architetture locali. La coincidenza è stata di avere all’improvviso trovato la casa adatta (che abbiamo chiamato, in giapponese, Dai-jobu, che significa Va Bene), da poco realizzata, i cui spazi sovrapposti soddisfacevano alle nostre esigenze di abitazione quotidiano-culturale in un ambiente non metropolitano con la natura vicina e dove potere vedere bene di notte le stelle!
In questa casa vi è anche una campana che arriva da lontano...
E’ una campana non solamente funzionale, ma anche un’opera d’arte realizzata dal citato architetto Soleri, che la produce in esemplari diversificati per sostenere la sua iniziativa di realizzazione di una città autocostruita dai suoi stessi abitanti nel deserto (chiamata Arcosanti) su un canyon isolato nel territorio di Phoenix in USA.

A livello storiografico ha scritto parecchio anche di Pinerolo... Ci parli di questo patrimonio e della collocazione urbanistica di questa nostra città.
Ci sarebbe tantissimo da dire: perchè, sebbene di provincia, Pinerolo ha una storia secolare importante e interessantissima, soprattutto a causa del suo passato intermedio, tra Medioevo e Seicento (con Arduino il Glabrione e la nipote Marchesa Adelaide, imparentati coi Savoia e gli imperatori tedeschi: tra cui il famoso Enrico IV dell’episodio di Canossa; ma soprattutto per la sua importante fortezza francese, eseguita dai più grandi ingegneri militari di Francia tra Cinquecento e Seicento - compresa la Prigione della Maschera di Ferro -, ora completamente smantellata). Riguardo alla sua impostazione urbanistica, dopo la demolizione della cinta muraria, la città si è sviluppata disordinatamente, tranne che per alcune sue parti ottocentesche (nella zona dalla Piazza Vittorio Veneto alla Stazione Ferroviaria), ma con alcune discrepanze tipologico-dimensionali (di cui la lunga sequenza dei portici cosiddetti Midana su Corso Torino è un esempio clamoroso: isolato, e troppo grande per il contesto) e alcuni interventi edilizi discutibili (come nella Piazza Facta) e negli edifici condominiali periferici caoticamente sorti e casualmente disposti.

Dal punto di vista turistico-culturale c’è qualcosa di questo patrimonio storico che potrebbe - a suo parere - essere sfruttato meglio?
Il Palazzo del Senato, il cosiddetto Castello Acaja, e il famoso Stabilimento Turck (capolavoro ingegneristico del Settecento in muratura autoportante) - per fare solo pochi nomi noti - mi sembrano contenitori isolati e provvisoriamente usati, e di poca frequentazione turistica, da diversamente avvalorare. Ma tutta la città mi pare lasciata alla sua presenzialità singola di monumenti che non si collegano ad una storicità unitaria, abbandonata e trascurata, e composta di episodi singoli che nel loro isolamento si perdono (e sprecano).

Pinerolo da decenni è una città in decadenza. Dal punto di vista della sua disciplina ha qualche suggerimento o proposta da segnalare agli amministratori?
Ho una seria difficoltà nel dare una risposta. E non per sottrarmi a un giudizio o ad una proposta, ma perchè non conosco a fondo le condizioni di progettazione e pianificazione in atto nei particolari, e non saprei davvero da dove cominciare. La mia impressione è che molto venga lasciato ad episodicità momentanee e occasionali, e non a piani complessivi di carattere unitario e duraturo. Ma questa è forse soltanto una sensazione da osservatore esterno, e non addentro nelle operazioni esplicite e più specifiche.

Università significa giovani. Un giovane architetto oggi ha le stesse possibilità che aveva lei nella sua giovinezza? Cosa deve fare per affermarsi?
Potenzialmente ne avrebbe di più, perchè le metodologie e le tecniche sono cambiate ed estremamente specializzate. Io dovevo disegnare a mano sul tecnigrafo per produrre i miei progetti, e colorarli anch’essi manualmente, cosa che limitava ovviamente le potenzialità del fare; mentre adesso esistono stupendi strumenti elettronici di restituzione grafico-plastica davvero incredibili. Oggi poi la trasmissione del sapere è immensa ed estremamente diffusa, mentre ai miei tempi gli aspetti propositivo-esecutivi si presentavano più semplici e concentrati. Al contrario, allora si eseguivano operazioni specifiche e dirette rivolte a còmpiti precisi, mentre adesso tutto è dispersivo e generico, e talvolta disorganizzato in molteplici discipline assurde e perfino inspiegabili (forse anche inutili): basti soltanto scorrere i titoli degli insegnamenti dei Corsi per avvedersene! Per affermarsi, un architetto odierno dovrebbe fare proprio l’opposto di quanto io considero un buon modo di istruzione e formazione universitaria: perchè, purtroppo sembra che adesso conti di più il sapersi ‘arrangiare’ furbescamente che veramente imparare un mestiere.
  
E questo non dipende soltanto dai metodi organizzativi e istituzionali labili della società, o dal sistema del lavoro di non facile applicazione, o dalle carenze incredibili nelle possibilità d’impiego di cui si viene a sapere ogni giorno; ma proviene anche dalle modalità interne alla didattica universitaria (e delle scuole precedenti), che manifesta una grande carenza conoscitiva di base ed uno scollegamento preoccupante con la realtà esistenziale, la pratica professionale, e l’onestà procedurale. Un tempo la scuola preparava gli studenti per un lavoro disciplinare specifico, ma adesso l’aspirazione generale degli universitari non è di raggiungere un ruolo appropriato nel sistema dell’esistenza collettiva, ma di ottenere un diploma di generica attestazione per una professionalità possibile: da qualunque parte provenga (in patria, all’estero, o all’avventura). Mi dispiace di questo pessimismo, che non è conseguenza di una nostalgia del passato venuto a mancare, ma di osservazioni personali ed oggettive. E spero che qualcuno non se l’abbia a male per queste mie sincere - e verificabili - considerazioni.