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Pinerolo Indialogo

Genn-Febb 2017


Dialogo tra generazioni
 
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 Il Passalibro 

Junot Diaz
La breve favolosa vita di Oscar Wao


di Cristiano Roasio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - 1-2 - Genn-Febbraio 2017

In questo libro si parla di: nerd, dittatura nella Repubblica Dominicana, Signore degli Anelli, depressione, Trujillo "El Jefe", seni enormi e deretani blocca traffico, torture, massacri e razzismo, Akira e anime, amore, pulizia etnica, college americani, sesso, fantascienza, scuole dominicane, manguste dorate e uomini senza volto, senso dell’esistenza, fumetti Dc e Marvel, storia dell’America Latina, risse, maledizioni fukù e controincantesimi zafa: fukù fuck you!

Il destino di certa letteratura, ormai siamo troppo in là con gli anni per definirla postmoderna, è provare, tentare almeno, di contenere più mondi, di far colare attraverso cambi di narratore, stili, spazi e tempi, più materia possibile. Junot Diaz nel suo romanzo d’esordio (!) uscito nel lontano 2008 e letto da me soltato ora grazie alla biblioteca di Pinerolo, riesce, senza peraltro risultare ostico, a condensare tre generazioni di dominicani e a svelare altre pagine tremende della storia, il tutto seguendo la vita di un brutto ciccione, ossessionato dalla scrittura e da tutto il mondo nerd (l’altra grande forza dei romanzi di questo tipo è la capacità di trascendere i tempi e le mode, in questo forse sta il punto debole di Oscar Wao: ormai essere nerd, chi se non il mercato capitalista è in grado di rendere popolare tutto ciò che non lo era per monetizzare e riempire, otturare e saturare ogni spazio di vendita, è così popolare, così utile al baccaglio che questa idea stereotipata del brufoloso appassionato di videogiochi, fantascienza e fantasy e sempre lontano anni luce dalla perdita della verginità, non è più realistica). Ma il nucleo denso del romanzo, raccontato dalla sorella di Wao, Lola, una ragazza irrequieta, e soprattutto dal suo fidanzato, toccante ritratto di maschio alfa dominicano ossessionato dalle ragazze, palestrato, alterego dell’autore e stranamente amico di Oscar, capace di condensare la vicenda con un linguaggio frizzante e sboccato, pieno di termini spagnoli, quel nucleo denso che sfugge e ritorna sempre è la dittatura di Rafael Trujillo (tema già caro a Vargas Llosa ne La festa del caprone) che dagli anni ‘30 fino al ‘61, quando "El Jefe" venne ucciso in un agguato armato, fece della piccola isola una personale piantagione e bordello, un regno del terrore e della delazione, tanto drammatico quanto sconosciuto ai più. Il lettore pian piano scoprirà che la mamma ed il nonno di Oscar sono finiti anche loro nel tritacarne del despota e se già dal titolo la vita di Oscar è definita "breve"...

Eppure c’è una vitalità in tutto il romanzo, una volontà di resistere alla maledezione, fukù, che insieme al disperato desiderio d’amore di Oscar, mi fa dire che forse neanche la tragedia del dispotismo, quanto piuttosto la carnale libertà dell’esistenza e lo sfavillante amplesso della vita, siano il vero centro del romanzo. Infatti, Oscar, e con lui il lettore, scoprirà qualcosa prima della fine, una percezione, un’intuizione, un riflesso, quasi uno spirito sotto forma di mangusta dorata, senza mai afferrarlo del tutto, e questo cos’è se non una sorta di controincantesimo? I libri sono sempre zafa, controincatesimi scritti.