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Pinerolo Indialogo

Aprile 2017


Dialogo tra generazioni

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 In Europa 



Unione Europea e Brexit

A problemi globali risposte nazionali?

 

di Anna Filippucci

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.4 - Aprile 2017

Nella stessa settimana due avvenimenti estremamente significativi hanno coinvolto l’UE: il 25 marzo è stato festeggiato il 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma ed il 29, solo 4 giorni dopo, Theresa May, il primo ministro britannico, ha firmato la lettera che sancisce definitivamente l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione.

Il primo dei due eventi è stato ovviamente celebrato, in quanto ritenuto un traguardo importante: i rappresentanti dei 27 paesi membri (la Gran Bretagna risulta infatti già esclusa dal conteggio) hanno ribadito i loro impegni presi nei confronti dell’Unione, trovandosi nuovamente a Roma, la città dove il trattato istitutivo della CEE, antenata dell’UE, era stato siglato il 25 marzo 1957. All’epoca solo 6 stati firmarono quest’ intesa esclusivamente economica: si trattò di un atto storico, che preannunciava sforzi di omogeneizzazione delle politiche economiche, sociali, dei trasporti e la creazione di un’area di libero scambio e passaggio di persone e servizi. I firmatari furono Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Lussemburgo e Olanda, ma, ironia della sorte, fin dal 1956 fu la Gran Bretagna, insieme alla Svezia, a fare pressione affinché fosse creata un’area più estesa di libero scambio, il MEC (Mercato Europeo Comune); la proposta fu rifiutata dalla Francia, così si venne a costituire l’EFTA (Associazione Europea di Libero Scambio) tra Gran Bretagna, Svezia, Svizzera, Portogallo, Norvegia, Austria e Danimarca.

Ci sarebbero voluti ancora parecchi anni, fino al 1992, con il Trattato di Maastricht, perché l’Unione assumesse un ruolo anche politico e arrivasse alla forma che conosciamo noi oggi, con 28 stati membri raggiunti nel 2013. Il Trattato di Lisbona, del 2009, insieme ad una serie di modifiche al Trattato sull’UE, ha provveduto infine ad un riparto delle competenze tra stati membri e Unione.

Ed è proprio a quest’ultimo trattato, in particolare all’articolo 50, che la Gran Bretagna si è appellata quando ha deciso di indire il Referendum svoltosi il 23 di giugno e che ha manifestato la volontà di una Brexit, dopo oltre 40 anni all’interno dell’unione. Nell’articolo, firmato dal Primo Ministro negli scorsi giorni, è prevista la possibilità di recesso di un paese membro, con l’approvazione del Consiglio Europeo, in seguito alla quale è possibile avviare la procedura di uscita, da completare in due anni. Le perplessità e le opinioni contrastanti rispetto a questa decisione del Regno Unito permangono: il 29 marzo, il Daily Mail (giornale più conservatore e manifestamente pro-Brexit) si apriva con il titolo a tutta pagina "Freedom!", mentre il Guardian, filo-europeo, parlava di "un salto nell’ignoto", ad espressione della profonda spaccatura nel paese, già manifesta con i risultati di giugno, in cui la Brexit ha vinto con solo il 51,9% dei voti favorevoli. La reazione dei mercati alla firma dell’articolo 50 è stata altrettanto importante: il valore della sterlina è sceso, con perdite tra lo 0,5 e il 0,9% nel giro di pochi minuti, per poi risalire poco dopo.

La situazione creatasi in questa settimana rappresenta chiaramente il paradosso dell’Unione Europea: si tratta oggi di un’organizzazione consolidata e apprezzata da un punto di vista astratto, formale ed ideologico, ma che fatica a ricevere un’accettazione reale da parte degli Stati, i quali non fanno che chiudersi in se stessi, erroneamente pensando che la risposta a problemi globali possa essere data con un’azione a livello nazionale.