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Pinerolo Indialogo

Aprile 2017


Dialogo tra generazioni

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Giovani & Ambiente 



Il nostro pianeta una gigantesca isola di Pasqua

di Francesca Beltramo

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.4 - Aprile 2017

Adattarsi all’ambiente: da sempre la chiave di volta per sopravvivere, nel lungo cammino che dalla selezione naturale porta all’evoluzione e di cui l’uomo è l’unico ad aver invertito il meccanismo: l’unico animale a far adattare l’ambiente a sé. Un merito che diventa colpa, chè il merito non implica meritevolezza e l’intelligenza non è garanzia di saggezza, almeno per l’uomo.

900 d. C.: i primi polinesiani sbarcano sull’isola di Pasqua, un’immensa e incontaminata foresta di palme che abbattono per costruire abitazioni e ricavare terreni agricoli, senza però provocare danni gravi all’ambiente a causa dell’esiguo numero di abitanti. Così sino al 1200, quando si riscontra un aumento vertiginoso della popolazione e una conseguente divisione in tribù, le quali competono per la realizzazione dei moai, statue in pietra di anche 80 tonnellate raffiguranti i capi tribù defunti, poste alle spalle del mare per vigilare sull’isola. La pietra viene estratta a colpi di scalpello da una parete rocciosa all’interno dell’isola (cava di Rano Raraku) e i moai sono trasportati anche per 15 km: fatti rotolare sui tronchi degli alberi abbattuti, in mancanza degli animali da tiro. Man mano che la popolazione cresce, cresce anche la competizione e i moai diventano sempre più massicci ed elaborati : nel 1400 l’isola conta 15000 abitanti, quattro volte quelli di oggi, e la deforestazione raggiunge il picco massimo. Nel 1600 gli alberi finiscono e senza di essi la pioggia inonda i terreni coltivabili e non c’è più il legno per le canoe: canoe utili per la pesca, canoe come unica via di fuga da un inferno che si sono costruiti da soli: l’isola di Pasqua è infatti l’isola più remota del mondo, situata a 2000 km dall’arcipelago polinesiano e a 3200 km dalle coste del Cile e tutto il sostentamento degli abitanti sta in quelle risorse che hanno ipersfruttato: un ciclo di spreco che conduce a un disastro ecologico e sociale. Segue infatti un periodo di gravissima crisi, di guerre intestine e di cannibalismo, gli abitanti riescono poi a ricomporsi, ma gli antichi splendori restano solo un ricordo e quando sbarcano nel XVIII secoli gli olandesi restano stupiti: mai s’era vista un’isola senz’alberi. Tutt’ora l’isola conserva un paesaggio brullo.

C’è dunque tanta differenza tra il nostro Pianeta e una gigantesca isola di Pasqua? Loro erano isolati nel Pacifico esattamente come noi lo siamo nel cosmo e i problemi sono analoghi : tutt’ora sulla Terra siamo 7 000 000 000, ma cinquant’anni fa eravamo 2 500 000 000 e duemila anni fa appena 160 000 000, ogni anno scompaiono 1,7 milioni di ettari di foresta tropicale per l’agricoltura, le costruzioni o l’allevamento intensivo.

Se anche noi rimanessimo senza risorse? Tutt’oggi sono 900.000.000 coloro che soffrono cronicamente la fame : faremo anche noi la fine degli abitanti dell’isola di Pasqua? Il fatto è che l’intelligenza non è quasi mai garanzia di saggezza, almeno sicuramente per l’uomo.