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Pinerolo Indialogo

Giugno 2017


Dialogo tra generazioni
 
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 Il Passalibro 

James Joyce
Finnegans Wake


di Cristiano Roasio

 


Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.6 - Giugno 2017

Sotisfiction.
So this is fiction
e/o soddisfazione.
Basta pescare a caso in quello sterminato guazzabuglio geniale che è il Finnegans Wake, opera ultima (o prima) di Joyce, per capire come funziona il romanzo meno leggibile e paradossalmente più democratico mai scritto: una serie sterminata di parole polisemantiche, stiracchiate, mischiate, amalgamate dall’autore, e non dimentichiamo il lettore, come un alchimista, anche se mi sembra più corretto dire come un barista che vi corregge, la correzione è sempre un’aggiunta, la vostra Guinness, HCE è infatti il protagonista-oste (non è questa la sede per analisi critiche eccessive, basti sapere che anche i ruoli dei protagonisti, presunti, e la fabula, il racconto, rimandano sempre ad altro in un gioco di rimandi infinito che spazia dalla storia, alla religione, alla tradizione irlandese e potrei andare avanti per tutto il nostro mensile).

In questi giorni tornano reperibili in libreria le prime quattro parti tradotte, trasformate, in italiano, anticipate già dalla quinta (libro terzo, capitoli I e II) uscita ad inizio 2017, in attesa dell’ultima sesta parte prevista nel maggio del 2019, ottantesimo anniversario dell’opera. In virtù di quanto stabilito dal libro stesso non sono e sono la persona più adatta a parlarvi di un libro che è sì difficilissimo ma presenta talmente tante chiavi di lettura da essere divertentissimo e scorrevole. Si tratta di un libro sogno, un sogno nel sogno, una sorta di veglia funebre laica in eterno divenire, dotato di oltre quaranta lingue diverse eppure capace di sublimare nella stessa parola doppi sensi genitali e aulici riferimenti cabalistici; un fiume inarrestabile di colpa e rigenerazione, di caduta e rinascita, come testimonia l’incipit in minuscolo, simbolo grafico di una circolarità infinita; un romanzo che ha anticipato le sigle dell’Unione Europea, e magari, chissà, una United States of Earth; un canto al vuoto, al nulla riempito di frattali di Tutto; in poche parole, un’impresa folle, sia lo scriverlo, sia il leggerlo, sia ovviamente il non-leggerlo. E la cosa divertente è che se non lo leggete, lo state comunque leggendo. E viceversa.

L’unico vero testo sacro di cui abbiamo bisogno, nel quale Adam and Eve diventano Atoms and ifs (atomi e se), è già stato scritto, scorre come il fiume che vuole rappresentare e nell’inconscio di ogni uomo, il Primo Uomo, ognuno, ogni è uno, è sempre il primo tra i primati, sempre il primo a ridere, the first man’s laughter, perché poi basta attaccare (in clima joyciano ogni parola esplode, anche accendere sarebbe un vocabolo pieno di triple letture) la tv, la risata si trasforma in slaughter (massacro). Eppure sembra così facile tornare al joyceful laughter (risata joyceosa), basta un libro che si pensava illeggibile: come quel Finn della ballata irlandese, dato per morto e risorto con qualche goccia di whisky.