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Sett-Ottobre 2017


Dialogo tra generazioni

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 L'ambiente siamo noi



Oceani di plastica

di Beppe Gamba

Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.9/10 - Settembre-Ottobre 2017

Lo denunciano da anni gli amanti della vela, lo sanno i pescatori e gli studiosi di fauna marina: i mari sono pieni di plastica, sulle coste si arenano milioni di oggetti portati dalla marea, al centro degli oceani enormi ammassi di rifiuti plastici galleggiano poco sotto la superficie, in enormi disgustosi minestroni simili a "isole di plastica".

Tanti animali marini muoiono per l’ingestione di frammenti di plastica scambiati per cibo. Le tartarughe marine scambiano facilmente una busta di plastica che fluttua nell’acqua per una medusa, preda di cui si nutrono. Le micro plastiche, frammenti microscopici generati dalla degradazione della plastica o le microsfere usate a tonnellate nell’industria dei cosmetici e dei detergenti, filtrate dai pesci insieme al plancton risalgono la catena alimentare concentrandosi via via nell’organismo dei predatori.

Qual è l’origine del problema? Fino al secondo dopoguerra la produzione delle plastiche (2 milioni di ton. anno) ha inciso poco sulla massa dei rifiuti (circa l’uno per cento di quelli urbani), ma oggi con oltre 400 milioni di tonnellate di produzione annua e una sconsiderata diffusione dell’usa-e-getta, tre quarti della plastica finisce nella spazzatura entro il primo anno di vita. Il 42% della plastica è impiegata nel settore dell’imballaggio e diventa rifiuto in poche ore o pochi mesi. Nel mondo solo il 10% della plastica è riciclata e una parte considerevole di quella che rimane non va né in discarica né all’incenerimento ma finisce nel mare, direttamente come forma di smaltimento ancora diffusa in certi paesi del Pacifico sia accidentalmente o per incuria (i rifiuti abbandonati finiscono facilmente nei corsi d’acqua e di lì al mare). Si stima che circa 13 milioni di tonnellate di plastica raggiungano annualmente i mari, per poi rimanerci centinaia di anni, il tempo occorrente per degradarsi. Studi seri stimano che attualmente oltre 5 mila miliardi di frammenti di plastica vortichino nelle correnti marine e il loro numero è in crescita.

Recenti indagini hanno rilevato la presenza di micro fibre sintetiche nelle acque potabili di tante città del mondo. Se ne ignora per ora l’origine, ma le ipotesi più accreditate puntano il dito sul pulviscolo atmosferico ricco di fibre disperse dai tessuti e dall’usura di pneumatici e altri oggetti di plastica.

Quindi, attraverso l’acqua o il pesce che mangiamo, ciò che abbandoniamo nell’ambiente finisce per ripresentarsi sulla nostra tavola. Una "fredda" vendetta che gli ecosistemi ci servono attraverso gli ininterrotti cicli della materia.

Che fare? Qualcuno propone soluzioni fantasiose come navi "spazzatrici" che raccolgano le plastiche con finalità di riciclo o incenerimento, ma il rimedio rischia di essere peggiore del male non solo per il rischio diossine da combustione ma anche per gli elevati costi energetici ed economici. Unica via è la prevenzione che possono fare tutti, il legislatore, l’industria e infine i consumatori che possono evitare gli imballaggi inutili e usare contenitori, sacchetti e sportine riutilizzabili, possono rifiutare gli shopper non bio-degradabili e fare bene la raccolta differenziata.