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Febbraio 2018


Dialogo tra generazioni
 
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 Il Passalibro 

Alan Moore
Jerusalem


di Cristiano Roasio

 


Pinerolo Indialogo - Anno 9 - N.1-2 - Gennaio-Febbraio 2018

E se ogni momento di un quartiere, di una città, di una popolazione si sovrapponesse dando vita ad una rifrazione continua di tempo-spazio, una nuova dimensione, un purgatorio-paradiso-inferno visibile solo da morti? E se la morte stessa non potesse esistere perché l’esistenza a quattro dimensioni procede in una sorta di unicum spazio-temporale al di fuori del presunto reale? E se gli angeli, o angoli in quanto entità puramente geometriche di intersezioni ortogonali fantasmagoriche, giocassero a biliardo per decidere il futuro (presente e passato...) di un bambino che negli anni ‘50 ha ingoiato una caramella e sta per morire soffocato, mentre lui stesso sotto forma di fantasma fa parte di una spedizione in un pub spiritico per cercare di salvare una prostituta che nel 2006 sta per essere uccisa da un suo cliente? Queste alcune idee alla base di Jerusalem, il voluminoso, estenuante, fantasy metropolitano di Alan Moore, il santone pazzo e anarchico del fumetto mondiale.

Voluminoso: di solito non mi lamento della lunghezza dei libri... ma 1530 pagine sono tante. L’edizione Rizzoli Lizard non è male e le si possono perdonare il prezzo alto (39 euro), l’assenza di sovraccoperta e una manciata di refusi. Estenuante: diviso in tre parti, il romanzo è una cascata di parole, personaggi e descrizioni da far girare la testa, anche se in alcuni punti la noia fa capolino. Fantasy, come può esserlo la realtà visionaria di Northampton, traslata dal Mago (nel vero senso della parola, Alan Moore adora Glicone...) che svetta in tutta la sua tracotanza pilifera in quarta di copertina. Urbano: la città natale dello scrittore è la città di tutti, è la città della sofferenza e della salvezza, è Gerusalemme, è il centro del mondo europeo, è il centro della sua Fine, è la città, un suo quartiere, Borough (appunto, un distretto a caso), letteraria per eccellenza, una sorta di Dublino meno fascinosa per un Joyce meno capace, ed i protagonisti la percorrono come GPS impazziti, ancora ed ancora... Pazzo: è pazzia leggere concepire e scrivere un libro del genere. E sicuramente è pazzia credere di poter narrare Tutto. Anarchico è il libro, alcuni dei suoi personaggi, in particolare la pittrice Alma, alter-ego dello scrittore, padre di quella che è al momento la migliore rappresentazione grafica di anarchia: il Guy Fawkes di V per Vendetta e simbolo di hacker, partiti politici e burloni, disegnato e sceneggiato dallo stesso Alan Moore, forse miglior fumettista che scrittore in grado di revisionare il fumetto sui supereroi. Mondiale: nel variegato quartiere dove parrebbe essere iniziata la Rivoluzione Industriale si scorge la rifrazione di tutto il mondo, un cadavere animato dal denaro, stuprato dal cemento e prossimo alla purificazione col fuoco.

Jerusalem è qualcosa di strano, veramente strano: fruga nei ripostigli della letteratura alta (troverete riferimenti a Joyce e Blake, giusto per citare i più famosi) e dimostra, infischiandosene, la traboccante inesperienza di chi è abituato a disegnare le immagini più che a narrarle (appassionati di fumetti più esperti di me criticano, al contrario, la verbosità delle storie di Moore...). E’ comunque un’esperienza, lisergica e faticosa, di cosa possa diventare la scrittura, quando viene impiegata per tentare di formulare una nuova visione mistico-religiosa, quell’Eternalismo narrato in così tanti capitoli assurdi. Chissà magari fra eoni sarà un testo sacro.