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Aprile 2017


Dialogo tra generazioni
 
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 Il Passalibro 

Horcynus Orca
Il sale della morte


di Cristiano Roasio

 


Pinerolo Indialogo - Anno 8 - N.4 - Aprile 2017

Il sale di tutti i mari e di tutti gli oceani è più pesante dell’intera specie umana. In vita. Qual è il vero peso del mare? E il peso della vita?

Horcynus Orca è un romanzo mostro (fera, si potrebbe dire utilizzando l’abusato latinismo che ripercorre il libro): qualcosa di quasi inconcepibile. Oltre 1200 pagine in siciliano/italiano postmoderno, pieno di inventiva linguistica, neologismi, cadenze e parole dialettali, concentrate in tre sezioni e senza alcuna divisione in capitoli, a parte un rigo bianco ogni tanto, un lembo di sabbia dove poter respirare un attimo prima di essere trascinati ancora una volta nel gorgo marino. Libro del 1975, scritto da Stefano D’Arrigo che già ai tempi ricevette gli elogi di Montale e della critica, narra il ritorno del marinaio ‘Ndrja Cambrìa, dopo la presa di Napoli da parte degli alleati, al suo paese natale, lo Scill’e Cariddi dello stretto, nell’ottobre del 1943. Durante la sua Odissea a piedi incontrerà un’umanità variegata e disperata: ex-fascisti, sirene, che poi è un modo carino per dire donne affamate che cercano di sopravvivere col mercato nero e la prostituzione, amici e parenti storditi dalla carestia, e verrà sommerso dai ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, fino ad arrivare a Messina ed incontrare il proprio assurdo destino. Troppi gli episodi, alcuni di un lirismo commovente, come non ricordare la Ciccina Circè che si fa accompagnare dai delfini in mare per evitare di trovarsi faccia a faccia col cadavere del fidanzato, o l’uccisione del tedesco da parte degli scugnizzi napoletani in mutande, o ancora le prime esperienze sessuali dei giovani pescatori su uno yacht, altri di una noia soporifera devastante, che certo non aiutano a proseguire con una lettura già difficile ed impegnativa.

Eppure il titolo di questo classico misconosciuto della letteratura italiana cita un’orca orcina, assassina. Infatti, presenza mefistofelica per tutto il romanzo sono le fere, i delfini: non bisogna immaginare l’animale simpatico ma una sorta di infido spazzino dei mari, una creatura antropomorfa e maligna, colpevole, insieme alla guerra sul mare, di aver fatto svanire i pesci spada, elemento essenziale per l’economia (sociale e mentale) dei pellisquadre (i pescatori dalla pelle come gli squadri, gli squali, rovinata e rugosa dal sale e dalla fatica); ed ovviamente il ferone, un’orca che arriva a sconquassare le vite dei pescatori dello stretto con la sua presenza tremenda, apparentemente immortale e divina. L’animale, una sorta di elemento mitico quasi dantesco, metafora tanto della violenza della Natura quanto della Guerra, verrà però scodato, un morso qua e un morso là, proprio dalle maledette fere; morendo, diventerà allo stesso tempo elemento salvifico per i pescatori, finalmente liberi e affaccendati, ma tornando ad essere mare non perderà comunque tutta la sua potente valenza funerea:

"Morte, morte e sua distruzione, perché arrivava il momento in cui la stessa orcassa si rifaceva mare: lo stesso sale delle sue ossa, lo stesso ossale del duemari che faceva la sua carcassa, si sfaceva, scioglieva a poco a poco in acqua cominciando dalla coda. (pag. 1110)

Si può chiamare in causa, per cercare di dare un senso a questo romanzo, Joyce per l’inventiva linguistica, Melville e Moby Dick per ovvi motivi, l’Odissea per il nostos marino dell’eroe, Hemingway per la sfida epica tra Uomo e Natura, Verga per il naturalismo e la condizione realista dei pescatori siciliani, Pynchon per una sorta di pastiche storico e narrativo post-moderno e la contemporaneità dell’autore, ma alla fine, al lettore che proverà a tuffarsi in questo terrificante oceano di parole (in uscita ad aprile una ristampa Bur) rimane un grande turbamento, perché non si può pesare il Mare. Tanto meno la Morte.