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Ottobre 2012


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 Tendenze 

La "Casa del quartiere" un modello per Palazzo degli Acaja
  Da San Salvario al centro storico di Pinerolo

Marco Merlin

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.10 -Ottobre 2012

   San Salvario è un quartiere centrale di Torino che si estende tra la stazione di Porta Nuova e il parco del Valentino. Insieme al rione del quadrilatero romano si caratterizza per un notevole numero di attività commerciali e artigianali, ma da quest’ultimo si differenzia per una vasta e sempre crescente multiculturalità (boutiques etniche, laboratori artigianali, panetterie e tabaccherie con articoli locali e con prodotti etnici). Pianificato tra il 1846 e il 1854, assunse la sua estensione attuale verso la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento grazie alla nascita della FIAT nel comprensorio di Corso Dante, opera che ha portato un graduale afflusso di immigrazione: ad oggi convivono quattro religioni con i relativi templi (cattolici, valdesi, ebrei e musulmani). Benché l’immagine di San Salvario sia spesso associata al degrado edilizio, alla conflittualità, alla prostituzione e alla criminalità, il borgo ha denotato sin dagli inizi degli anni novanta una notevole capacità di mettersi in discussione attuando politiche locali volte all’integrazione interculturale: nascono così gastronomie e ristoranti etnici, bed and breakfast e affittacamere, studi di architettura e grafica web, agenzie pubblicitarie e di consulenza legale, cooperative di promozione territoriale e soprattutto diverse associazioni impegnate in attività culturali ed artistiche destinate al potenziamento delle relazioni fra autoctoni e stranieri.

Uno degli esempi più lampanti è rappresentato dalla "Casa del quartiere", fondata nel 2010 in Via Morgari 14 presso gli ex bagni municipali. Si tratta di un progetto realizzato dall’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus in collaborazione con Città di Torino, Fondazione Vodafone, Compagnia di San Paolo, Circoscrizione 8 e con un grande numero di enti no profit. Lo stabile dispone di una caffetteria aperta tutti i giorni fino a tarda notte, di una sala riunioni e di spazi d’ascolto (counselling per genitori di adolescenti, accoglienza per la popolazione immigrata, attività per pensionati, confronti fra neomamme, sostegno per donne rifugiate e consulenza sindacale per docenti e personale ATA, solo per citarne alcuni). Vi è inoltre la possibilità di frequentare dei laboratori artistici, di danza (ricordo di essermi cimentato un giovedì sera in danze irlandesi), e poi musica, canto, lingue straniere e informatica. A rendere questo luogo veramente unico è la possibilità gratuita lasciata al cittadino di proporre delle attività e di richiedere degli spazi per formazione, feste e presentazioni, per insegnare e trasmettere agli altri qualcosa di proprio in uno spazio comune e in un ambiente confortevole.

Ecco, quanto sopra riportato può essere un’ottima ed esemplare testimonianza come modello di convivenza e di integrazione fra persone appartenenti ad etnie differenti. Credo che con la creazione di uno spazio dedicato soprattutto ai giovani, l’esempio di San Salvario possa offrire uno spunto di riflessione interessante anche per realtà più piccole.

Il centro storico che ci piace

   È difficile entrare nel «sistema dell’arte», il mercato che conta e che decreta che cosa dell’arte è contemporaneo e deve costare e che cosa no, quali artisti sono dentro e quali fuori… Una giovane pittrice e designer torinese, Beatrice Botto, ha aperto nel centro storico di Pinerolo uno spazio di visibilità per i refusé: la Confraternita degli artisti di via Trento 91. Mini-spazio espositivo e insieme mini-factory, bottega dove gli artisti si incontrano e, senza velleità di scuola o movimento, forse oggi impossibili, lavorano fianco a fianco, si confrontano, mostrano le loro opere, insegnano a nuovi apprendisti tecniche e forme del disegno, della grafica, della pittura, della fotografia, dell’arte applicata, attestano di esserci in definitiva. Un azzardo di questo tipo penso non abbia in potenza meno chance di lanciare artisti corredati di pensiero, idee, emozioni, da trasmettere a chi guarda rispetto a circuiti di promozione dell’arte emergente supportati da imprimatur istituzionali e fìnanziamenti pubblici.

È di Andy Warhol, interprete lucidissimo del nostro tempo, l’affermazione che la società dell’immagine e dello spettacolo, centrata com’è sulla quantità più che sulla qualità del produrre, un «quarto d’ora», anche una carriera intera di successo, ha interesse a concederli a più gente possibile. E così la Confraternita degli artisti pinerolese, quando avesse buon filo da tessere e buona lena, potrebbe essere funzionale alla scoperta e al decollo di qualche talento. Glielo auguro. Estetica emblematica della tarda modernità, ultima avanguardia, quella del pop, di cui Warhol è stato campione e genio, ha focalizzato come meglio nessuna il reale del tempo nostro allora montante e oggi consolidato. L’arte di oggi, venuta dopo quella stagione anni ‘60, è analitica, multiforme e multimediale, libertaria, un po’ anarchica, virtualmente aperta a quanti artisti hanno cose da dire e sappiano parlare all’intelligenza e al cuore di chi sa guardarci dentro. Nelle grandi praterie della cultura di massa qualcuno lo si trova ancora a saperlo cercare.

da Sergio Turtulici, Riforma, 14.9.2012